Antonio De Angelis – Swingin’ Mozart (2005)

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Mozart e il jazz. Davvero un controsenso? Una provocazione estrema? No, semplicemente la musica! La quale contiene all’interno del suo linguaggio i presupposti e le radici di ogni sviluppo possibile. I momenti di un diverso sentire che la storia identifica come movimenti culturali, determinano modelli di riferimento che definiscono gli ambiti del movimento stesso. Ma quando irrompe il genio gli schemi vacillano, gli argini cedono, la musica riacquista la sua identità totale. L’attuale investe compiutezza ed equilibrio, la dialettica orienta sintagmi dissonanti. Sicché riconoscere stilemi e percorsi affini è rintracciare all’interno del discorso musicale un denominatore comune che il genio rende sintesi degli stili e delle forme, mentre apre ad orizzonti inesplorati.

In questa ottica Swingin’ Mozart è progetto esemplare. Nell’idea, nella struttura, nello spirito, nell’accostamento ad un materiale non facilmente orientabile. Lo swing spesso appare una corrispondenza naturale, elemento comune anche se sviluppato in modo differente. Il gioco viene tessuto con sapienza e con duttile controllo delle parti. L’elaborazione strumentale rivela una eccellente capacità creativa e interpretativa che coniuga la conoscenza profonda della musica di Mozart con la grande passione per il jazz. L’orientamento non è mai aggressivo, le citazioni mai scontate. La scelta dei temi mozartiani, funzionali all’attuazione del progetto, ha carattere di spontanea freschezza, di contatto immediato.

Un flusso costante di rimandi evoca incessanti spunti sonori che alimentano intensi tracciati emotivi e generano suggestive immagini acustiche. Si avvertono qua e là riverberi degli Swingle Singers, il policromo blues alla B.B. King, sequenze armoniche alla B. Evans, il personalissimo sound di D. Brubeck, una estesa gamma di moduli che sottendono insiemi variegati di accattivanti intarsi. Come nel celeberrimo Adagio dalla sonata per Pianof. K 545 in cui i nuclei tematici vengono scomposti e dilatati in eventi nuovi, eppure sempre coerenti. L’eco della Cantata n.147 di Bach, al di là del rinvio culturale congruente e ricco di implicazioni, conduce ad un tracciato di interne connessioni, nel fascino di una consonanza che conquista. Come nel sound delicatissimo di Un’aura amorosa, da “Così fan tutte”, da cui si evince una raffinata poetica che è letterale ma anche sensibile, accurata ed emotiva al tempo stesso. La voce del sax modula timbriche incredibili in una dimensione atemporale che è tangibile concretizzazione di un suono magistrale. E ancora la lussureggiante atmosfera, nell’Adagio dal concerto per pianof. K 467, di verdi declivi dall’ampio respiro musicale, densi di pathos e freschi di ombre, fino all’improvvisazione, imponente nei riflessi cromatici ricchi di estro e di arte.

Le singole tessere di questo mosaico vivono anche di luce propria. È la sensazione chiara che si coglie ad un ascolto che non segue l’ordine di esecuzione. Scoperta avvincente che postula un istintivo riflesso di pianificazione e di intuizione, e che coniuga il particolare con una più composita risposta universale. Si succedono sorprese, si affermano sequenze ritmiche che improvvisamente dissolvono in scansioni completamente diverse, frasi musicali viaggiano attraverso una rete di passaggi che mai stridono in dissonanti accenti. Alla turca, terzo tempo della Sonata in la magg. K 331, indulge in una sequenza spettacolare di tempi composti che inevitabilmente sfociano in Take five, pietra miliare dell’approccio ai 5/4, mentre il passaggio al modo maggiore delle ottave che cadenzano appunto l’andamento ‘alla turca’, orienta l’approdo verso un più tranquillo e consolidato swing. E poi l’Allegro dalla Sinfonia n.40 in Sol min. onirico e fantasmagorico incastro di citazioni, fecondo nello sviluppo degli a-solo, di esemplare raffinatezza. All’opposto il Minuetto della stessa sinfonia, assolutamente privo di citazioni, detta tempi e modi di un jazz ‘naturale’, senza tempo. Dominano l’eleganza, la delicata bellezza dei suoni, i colori trasparenti dell’impianto ritmico. E ancora la magia della Fantasia in Re min. K 397 dall’incantevole emozione dell’incipit che dirama in sonorità nobili dagli impasti inusuali ed equilibrati. Chiaroscuri di luce, inversioni, mutamenti ritmici anche su una medesima cadenza metrica, come innumerevoli zampilli di fontana. E infine l’Ouverture da ‘Le nozze di Figaro’, il ritorno alla fantasia, alla grande apertura, al riferimento esuberante.

Pur nella frammentazione dei brani, c’è continuità nel discorso di fondo. Coerenza con l’originale, ma anche solida architettura strutturale e intellettiva. Il sentiero è lineare, l’ispirazione costante. Anche la componente ludica sembra contenere radici mozartiane; per quelle ‘irriverenti’ armonizzazioni che divertirebbero tantissimo lo stesso maestro salisburghese; per quelle citazioni poco ‘ortodosse’; per quel suono ‘diabolico’ del sax; per il senso di soffuso umorismo dell’arrangiatore.

Mozart, in prima fila, applaudirebbe a scena aperta.

Sandro Bernabei

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