Orazio: tre Odi

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Orazio, Odi, Libro I, 4: …il breve corso della vita / ci nega il sogno alla speranza lunga – Orazio, Odi, Libro I, 9: Tu vedi come candido il Soratte / di spessa neve s’alzi… – Orazio, Odi, Libro I, 11: Sarà fuggito l’invidioso tempo / mentre parliamo… (traduzione di Amato Maria Bernabei

  

Non ne comprendo il motivo, ma ai tempi del Liceo non ero riuscito ad apprezzare Orazio nella giusta misura. Forse la sua medietas, così lontana dal mio temperamento, aveva influenzato il mio giudizio; forse non mi erano state debitamente trasmesse l’eleganza dello stile e soprattutto il tormentato, umano conflitto fra l’esigenza di una saggezza esistenziale, che ben si specchia nell’aforisma ciceroniano sapientia ars vivendi putanda est (De Finibus, I, 42), e l’incapacità di superare il turbamento al pensiero della morte. Avevo insomma equivocato fra l’equilibrata concezione di vita del poeta di Venosa – che mi suonava erroneamente più come mediocrità che come moderazione, come modus in rebus  (il vero senso dell’aurea mediocritas) -, e il valore della sua arte; o forse, infine, mi aveva fuorviato l’insistito rilievo dato dal testo di Ettore Paratore, su cui studiavo, ai difetti della produzione oraziana. L’arte va rintracciata dov’è, non dove manca. Se Michelangelo avesse modellato opere di media qualità e ci avesse lasciato soltanto La pietà come espressione del suo miglior talento, pure sarebbe grandissimo scultore; né Leopardi è scrittore minore per aver composto la Batracomiomachia, ma tra i più alti per quanto ha conseguito nelle sue opere e nei passi delle sue opere più significativi.

Resta il fatto che da adolescente non avevo avvertito il contrasto fra le istanze di imperturbabilità dell’anima di Orazio e la mai sopita angoscia esistenziale, da cui scaturisce la sua più schietta poesia, frutto insolito e sintesi di un ‘partecipe distacco’. Sicuramente non avevo còlto l’intensità lirica e drammatica, se pur controllata, di versi come

Pallida Mors aequo pulsat pede pauperum tabernas / regumque turris. O beate Sesti, / vitae summa brevis spem nos vetat inchoare longam. / Iam te premet nox fabulaeque Manes / et domus exilis Plutonia, quo simul mearis, / nec regna vini sortiere talis / nec tenerum Lycidan mirabere, quo calet iuventus / nunc omnis et mox virgines tepebunt

o come

…sapias, vina liques et spatio brevi / spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit invida / aetas: carpe diem, quam minimum credula postero

la cui traduzione propongo, per la maggior parte, in endecasillabi; versi per i quali possiamo avvertire Orazio vicino ed altro, per quell’affinità di pensiero che si riconosce in un sentimento al nostro non uguale, dal quale una forma differente esprime un diverso “mondo interiore”, e che tuttavia incontra ed arricchisce il nostro, preservandone il sentire.

Aggiungo con il Marchesi, e concludo, che “La grandezza di Orazio bisogna cercarla dove c’è poesia, vale a dire dove c’è quella trasparenza musicale di una realtà che prende vita nel momento in cui diviene fatto poetico; bisogna cercarla perciò fuori dei luoghi dominati dalle false luci delle celebrazioni, dei vaticini, dei precetti: nei luoghi dove l’anima di Orazio me­glio si riflette e opera e gode di quella giusta misura che gli occorre per godere: in quei luoghi in cui Orazio, trattando mo­tivi comuni, ci dà il senso di cose mai vedute e mai pensate, e ci fa rivivere e amare ed ammirare le favole della tradi­zione, i baleni del senso comune, le sorprese di ciò ch’è con­sueto e perciò appunto inavvertito. Arte limpida e quasi fred­da: di quella freddezza che conserva le cose e ne impedisce la corruzione: di quella limpidità ottenuta con le poche pa­role di cui l’arte classica conosce bene le giunture e la forza. Nessun altro scrittore si legge come Orazio senza rapimenti né turbamenti improvvisi, con una soddisfazione riconoscente per quell’arte che non stanca perché non sazia né disingan­na mai: che ha portato vive e intatte nei tempi le immagini del proprio tempo, perché sono immagini semplici di poesia e non fantasmi di una religione che tramonta o di un de­stino che muta” (Concetto Marchesi, Storia della Letteratura latina, vol. I, Casa Editrice Giuseppe Principato, 1959).

Orazio, Odi, Libro I, 4

Orazio, Odi, Libro I, 9

Orazio, Odi, Libro I, 11

Amato Maria Bernabei

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