Ed è subito sera: poesia minore o grande poesia?

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di Enzo Ramazzina

Chi, dotato di una certa cultura classica, ma sprovvisto di sensibilità e di tecnica poetica, s’accostasse per la prima volta alla lettura della poesia Ed è subito sera di Salvatore Quasimodo, avrebbe l’impressione d’imbattersi in un testo di scarsa originalità, dal contenuto povero e dalle immagini scontate: …

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…tre versi, insomma, che persino uno studente ginnasiale sarebbe in grado di raffazzonare, per esprimere concetti generici e poco incisivi, attraverso un lessico estremamente semplice.

          Se così fosse, però, questa “lirichetta” non verrebbe certo considerata em­blematica nel panorama della poesia ermetica né, conseguentemente, la trove­remmo inclusa in quasi tutte le antologie scolastiche come un’esemplare espressione di poesia innovativa rivolta all’essenziale. E allora ci chiediamo, a buon diritto, quali siano gli effettivi pregi stilistici e di contenuto di questo scarno componimento che, sotto l’apparenza di un’improvvisa folgorazione, alla moda appunto degli ermetici, così si dipana:

          Ognuno sta solo sul cuor della terra
          trafitto da un raggio di sole:
          ed è subito sera.

 

          Procediamo per gradi ed analizziamo il testo prima sotto il profilo metrico e poi parola per parola, usando la lente d’ingrandimento.

          Tecnica metrica. Si tratta di un polimetro, cioè di una strofa di tre versi codificati che scendono a grappolo o ad imbuto (dodecasillabo o senario doppio, novenario, settenario) ed evidenziano, rispettivamente, il tema della solitudine, della pena del vivere, della precarietà e brevità dell’esistenza.

          Il primo verso, dotato di una forte cesura tra il primo ed il secondo senario, costringe il lettore, o il fine dicitore, ad una breve pausa dopo il vocabolo solo, isolandolo e conferendogli un pregnante e ragguardevole significato fonico. L’ultimo verso, pur essendo tecnicamente considerato un elemento “semplice”, “corto” o “rotto”, si lascia dividere in due emistichi e reca una significativa sospensione, anzi uno stacco, dopo il verbo è. L’emistichio minore è formato da un ternario o trisillabo (poiché termina con parola tronca, infatti, è come se avesse una sillaba in aggiunta), mentre il secondo emistichio è un quinario che, dalla cesura in poi, tende a trascinare in giù, ossia induce a scendere velocemente senza interruzione di voce: e ciò per significare la rapidità con cui l’uomo giunge inconsapevolmente all’ultima fase della vita.

          Il componimento ha, quindi, un ritmo decrescente e gravita sul verso finale, più corto e concentrato degli altri due. La struttura del testo presenta, inoltre, un raffinato gioco di contrapposizioni e di rimandi lessicali, legati dalle assonanze solo-sole e terra-sera e dall’allitterazione insistente sta, solo, sul, sole, subito, sera; annovera, infine, due metafore (cuor della terra; sera) ed un’analogia (trafitto da un raggio di sole).

          Ognuno: il poeta non inizia con le parole “La gente”, oppure “Gli uomini”, o “Tutti”, o “Noi”, ma sceglie il pronome indefinito Ognuno, ad indicare la totalità indeterminata (cioè l’umanità), avente, però, valore distributivo (l’individuo). Con questo incipit, in sostanza, intende caricare ogni uomo del peso drammatico della solitudine e dell’incomunicabilità, ammettendo implicitamente una corrispondenza tra l’isolamento del singolo e la solitudine del genere umano, considerato unico al centro della terra;

          sta: se Quasimodo avesse scritto è solo, sarebbe incorso in una banalità. La scel­ta del verbo “stare”, infatti, a differenza del verbo “essere”, vuol significare che l’uomo senza qualità (ovvero quell’ognuno iniziale) è impiantato sulla terra in modo così radicale da non potersi muovere; che, ad inchiodarlo, è la propria drammatica solitudine esistenziale. Il concetto di staticità dell’individuo è in antitesi con la rapidità del tempo che passa;

          solo: l’uomo, pur vivendo al centro delle cose, o, se vogliamo, al centro della vita nel suo misterioso pulsare (il cuor della terra), è incapace di comunicare con i suoi simili, ossia di stabilire con essi rapporti duraturi e di fiducia. La gravità di questa sua condizione, causata, forse, dalla mancanza d’amore, è accentuata – come dicevamo più sopra – dalla marcata cesura dopo il predicativo solo;

          sul cuor della terra: la metafora ha poco a che vedere – contrariamente a quanto scrivono alcuni commentatori – con il centro del territorio o della città. Inol­tre, la poesia sembra pervasa da un tono emotivo malinconico, più che da un sentimento pessimistico, perché l’autore afferma, sì, che l’uomo è drasticamente impotente nel suo isolamento, ma implicitamente ammette che, a dargli ricettacolo e protezione, è pur sempre la terra intesa come madre (vedasi il mito di Gea, genitrice di tutti gli esseri viventi, dalla quale si stacca il Tartaro e, subito dopo, compare Eros, l’amore che unisce). Il sintagma di questo verso, infine, contrappone alla grandezza della terra la limitatezza dell’uomo smarrito;

          trafitto da un raggio di sole: qui il poeta raffigura l’uomo illuminato, irradiato dal sole (che è vita), ma, nel contempo, trapassato e ferito dallo stesso raggio solare (si ricordi il destino della farfalla, inchiodata, ancora viva, alla tavoletta dell’entomologo). Qual è, dunque, il significato di questo raggio, che procura sofferenza? A nostro avviso, trattasi della giovinezza con le sue problematiche, la quale, nell’economia della vita umana, dura un soffio (15 anni?), oltre che dell’illusoria felicità, che evoca la dimensione dell’esistenza oscillante tra l’attesa della gioia e il sentimento del dolore. Perché, come sappiamo, la speranza dell’ap­pagamento lascia presto il posto alla delusione;

          ed è subito sera: diversamente da quanto sostiene la maggior parte dei critici, la “sera”, in questa circostanza, non è metafora della morte, bensì della vecchiaia, che potrebbe manifestarsi anche come condizione lieve, serena, persino gradita o desiderata. Ecco perché abbiamo osservato, più sopra, che la lirica in questione sembra pervasa più da malinconia che da pessimismo. E d’altra parte, se prendiamo in considerazione i rispettivi significati di sera, cuore e raggio, come potremmo condividere il cupo giudizio di certi esegeti che, a piè di pagina, parlano di “spiragli di luce presto annullati dalle tenebre della morte”?

          La grandezza di questo componimento poetico, dunque, si evince dall’intensità dei concetti, dalla sintesi efficacissima del testo e dalla straordinaria eufonia che produce, giacché, come spiega il critico Maurizio Dardano, “la parabola della vita umana viene descritta nel giro di tre versi: venuti al mondo, si sperimenta la solitudine che separa dalle altre creature; si è toccati da gioie passeggere come un raggio di sole, che trafigge il cuore per la sua fragilità; poi, senza accorgersi, si precipita nel buio”. Ma il buio – ribadiamo noi – non è il baratro della morte.

Enzo Ramazzina
in La Nuova Tribuna Letteraria n. 99 (terzo trimestre 2010)

 

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