Tre sonetti inediti di Enzo Ramazzina

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In un tempo in cui il genere della poesia langue e trionfa l’andare a capo “senza misura”, senza metro come senza equilibrio estetico, che di tutto fa “poesia”, ospitiamo il lodevole uso riproposto della struttura forse ideata da Jacopo da Lentini nel XIII secolo: il sonetto, dalla parola provenzale sonet (suono, melodia), le cui cadenze, quando sapientemente sostenute, imprimono alla composizione rinnovate armonie. 

  

Bisbigliar si conviene 

Per me non recidete dai palmizi
fronde o grappoli all’ora del cordoglio:
voglio i semplici al cuor fiori avventizi
che germogliano all’ombra del trifoglio.
   
Non s’addicono a me nobili incensi
bruciati nei turiboli dorati,
non drappi, o fiocchi, o cantici melensi,
ma a fior di labbra preghi sussurrati.
 
  
Bisbigliar si conviene a chi remoto
viaggio intraprende, privo di ritorno:
a chi passò, invisibile ed ignoto,     
 

spargendo rime giorno dopo giorno
per un messaggio che non fu mai vuoto,
sebbene esiguo d’anima e contorno.       

 

Il papavero solitario 

Spiccava solitario in mezzo all’erba
un papavero rosso: era aduggiato
e la corolla, al solito superba,
pendeva dallo stelo reclinato
.
 
Mi vide e il gambo sollevò, piangendo:
“Se in questo sconfinato campo io sono
l’unico fior della mia specie, orrendo
è il mio destino”. E in accorato tono:
 
 
“Dunque, a chi giovo? perché fui creato?”
M’inginocchiai commosso e lo raccolsi
con gesto che mai fu più delicato, 
     

per non sciuparne il calice scarlatto.
“La vita è un dono – dissi – e, se mi volsi
ad ammirarti, il fine è soddisfatto”.

 

 

La morte del canarino 

 

Più non sento l’alterno dondolio
nell’ora antelucana, a me pur lieto,
ma un mutevole e fioco pigolio,
tra veglia e sonno, che mi rende inquieto
   
e mi ricorda l’ibrido lamento
del moribondo. Il vecchio canarino,
col becco semiaperto e l’occhio spento,
or somiglia al balocco d’un bambino,
 
 
là, tra i berioli ed il panìco, e posa
inerte sulla griglia… Forse un giorno
troveranno anche me, superflua cosa,      
 

riverso a terra, immoto e disadorno:
destino di colui che ostenta ed osa
sfogliare i dì senza palpiti intorno.

                                                       Enzo Ramazzina

  

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