L’infinito piatto: Kakà e il giuramento… evacuato

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Viviamo nell’era della… prostituzione dei piedi, tanto che non si capisce come i tifosi di calcio possano rimanere legati a una bandiera senza fisionomia: stracci a bande colorate, dietro i quali mutano continuamente gli interpreti, svuotando di volto e di senso “una squadra”. Non è ormai ridicolo sbracciarsi sugli spalti solo per delle maglie che corrono?

Facciamo precedere parafrasi e commento alla satira in ottave.

La mano sul cuore e gli occhi oranti rivolti al cielo, Riccardo Kakà aveva giurato fedeltà alla bandiera del Milan e dei suoi tifosi, dando a intendere che il valore del denaro era per lui secondario rispetto a ideali più alti. Il suo sangue… rossonero dichiarato era però soltanto l’espediente con il quale il losco trafficante nasconde la merce illegale (qualsivoglia spaccio sciagurato). Infatti appena “l’indigenza”, la precaria situazione dovuta ai suoi “scarsi guadagni”, viene allettata debitamente, si capisce che il pelo del lupo è ben diverso, ed emerge “il vizio”, mascherato prima, che naturalmente sopravvive (il lupo perde il pelo, ma non il vizio): la sua ostentata “fede” patisce la fame per la cifra modesta di otto milioni di Euro (cifra simbolica), che “si ricrede” facilmente di fronte ad un’offerta doppia (sempre simbolicamente).

Per quanto abbia fedeltà e devozione, Riccardo Kakà non è Riccardo Cuor di Leone, che imbracci lo scudo e combatta per la Crociata contro il vuoto del valore, rischiando che un qualunque Senza Terra (John Lackland, fratello di Riccardo Cuor di Leone, che diventa qui metafora universale dell’approfittatore) si goda i beni (guiderdone) che spettano a lui. E la sua preghiera rapida, dopo ogni goal (il dito per la rapida orazione) non è l’orazione di San Francesco, né tanto meno il suo alto voto di povertà. Non sa fare altro, Kakà, che affidare la sua riconoscenza al Milan e alla Presidenza, a facili parole di circostanza (come accade spesso), che solo l’altrui demenza può bere.

Nell’epoca che adora il Dio Denaro (Soldeterno, ricalcato su Padreterno) e sacrifica ogni pregio, ogni valore ed ogni ideale, all’insaziabile divinità, al punto che non c’è più abilità artistica che ruoti solida intorno al proprio perno, al cardine della sua identità vera, che scivola sempre dove l’orienta il Dio Denaro (dove al Soldo piace): la pittura, la musica, la letteratura, il cinema, la scultura, insomma, l’arte, tacciono. E l’arte dell’intrattenimento, che dell’Arte è il fantasma, se questa è muta, addirittura sviene, perde i sensi, viene meno.

Lo sport e l’appartenenza ad una squadra, espressa dal Giglio (Fiorentina) o dal Toro (Torino), o da qualunque altro stemma, onorarono i colori distintivi delle proprie maglie (brillarono nel segno delle tinte), al tempo in cui le formazioni erano più stabili, perché gli stessi giocatori venivano schierati insieme per più stagioni (quando a lungo cantò lo stesso coro) e i calciatori-simbolo, i fuoriclasse emblematici di una società calcistica, non erano “finte” voci soliste, i significativi interpreti fugaci di un valore e di un attaccamento (e l’assolo non ebbe voci finte),  al tempo in cui i tifosi poterono amare con fede “aurea”, schietta (quando l’amore che credette all’oro) i propri beniamini, senza subire delusioni dall’inclinazione esclusiva di questi per le borse gravide di denaro (non fu deluso dalle borse incinte): si trattasse della bandiera del Milan (Rivera), dell’Inter (Mazzola) o della Juventus (Tardelli), i calciatori non sembravano, infatti, sollecitati soltanto dalla cupidigia (il cuore non amò solo i borselli).

Il cuore dei grandi calciatori non sembra più avere sentimenti, pronto solo a prostituirsi al migliore offerente. “Batte”, come il sesso che aspetta sui marciapiedi che si accosti qualche automobile, dalla quale si protenda la mano viziosa pronta a pagare meglio (il contratto dubbio che si accende, è la sporca contrattazione della prestazione fra la prostituta e il “compratore”). La donna che si concede, che apre il proprio ventre solo per denaro, è generosa nel dare piacere, ma è vuota d’amore.

È una follia ormai “ammalarsi” di tifo per una bandiera esposta ai capricci venali di combattenti mercenari, pronti a tradire, che combattono per una maglia che indegnamente indossano finché questa li arricchisce di titoli e di denaro, facendo mostra di attaccamento presto disprezzato, se un’offerta “più grassa” (con accezione dispregiativa) li alletta. I calciatori (chi prende a calci il cerchio del pallone) offendono i sentimenti e la ragione di chi in loro si identifica, affidando i sogni di una passione sportiva e, in fondo, esistenziale.

Amato Maria Bernabei

Apri e salva: Kakà

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