L’infinito piatto: Zoon politikòn (il volto vero della politica)

Prodi Berlusconi

Dell’animale sociale aristotelico sembra sopravvivere soltanto… l’animale. Questa satira fu scritta qualche anno fa, quando al governo era la coalizione guidata da Romano Prodi. Essa tuttavia resta attuale non solo per la “sopravvivenza” di molti dei protagonisti di quello scenario politico, ma anche per il valore universale del soggetto trattato. Alla versione in prosa si accompagna il file in versi, con relative note, da scaricare in formato pdf.

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Il francese Gustave Le Bon spiegava come istinto primordiale quello che porta le masse a soggiacere oppure a rivoltarsi (come nelle sommosse francesi del 1789 – presa della Bastiglia, o del 1871 – La Comune), pervase da una suggestionabilità di tipo quasi ipnotico che sprigionerebbe l’istinto che prevale, i tratti dell’atavismo istintivo e irrefrenabile (Psicologia delle folle, 1895). Sigmund Freud (Psicologia delle masse e analisi dell’Io, 1921) e ancor più Wilhelm Reich (Psicologia del Fascismo, 1933), avevano dato un’interpretazione fondata su dinamiche sessuali, su conflitti irrisolti con le figure parentali; Alfred Adler (prassi e teoria della psicologia individuale, 1920), come per chiudere il cerchio, ritorna al pensiero di Aristotele, il fondatore del Perìpatos, la Passeggiata, per il quale l’uomo è un essere sociale, zoon politikòn, e la socializzazione è per lui la questione determinante dell’esistenza; Adler si sofferma naturalmente anche sull’analisi della “volontà di potenza”, la malattia del complesso d’inferiorità che cerca compensazioni di fronte al più forte.

Erich Fromm ritiene che l’uomo, nato per il branco, sia stato costretto dal Capitalismo  ad assoggettarsi ad una libertà di nuova forma, che non è una libertà nel collettivo, ma una libertà dal collettivo, dove il collettivo, come Stato, sembra divenire astratto, fino a diventare insopportabile ed a costringere alla rinuncia stessa della libertà in favore di un tiranno, cui si demanda il compito della gestione del sociale. Nel liberalismo capitalistico, la libertà come indipendenza personale è una libertà dal doppio senso rispetto a quella originaria: essa comporta non solo il diritto, ma anche il dovere di decidere sulla propria sorte e sulla direzione dello Stato. Tuttavia il pensiero che Fromm esprime nell’opera Fuga dalla libertà, del 1941, non ha uno sbocco drammatico, non dispera di poter uscire dalla modalità liberale che distrugge attraverso la scelta della tirannide ed anzi si apre alla speranza della nascita di una vera comunità sociale e democratica (Psicanalisi della società contemporanea, 1964).

Lo svizzero Carl Gustav Jung, infine, concepì un inconscio collettivo, quasi un’identità di specie, preponderante rispetto all’inconscio individuale, che viene inglobata, nel soggetto, da quella collettiva, attraverso cui l’individuo accede all’esperienza dai modelli, dagli archetipi, per la superiore forza delle pulsioni archetipiche rispetto agli istinti di sesso e di potenza, le quali ci caratterizzano come animali e come soggetti culturali, e portano in sé una sorta di tensione verso l’infinito. Questa istanza antropologica, quasi un istinto a sé, che è l’inconscio collettivo, è evidentemente anche alla base dei criteri che danno origine ai consorzi umani (cfr. Jung parla. Interviste e incontri, Adelphi, 1977) e delle ragioni che caratterizzano le comunità, formate da individui di varia indole, ora facilmente appagabili, altre volte ingordi, insaziabili.

In qualunque modo l’uomo agisca nei confronti del potere, che lo gestisca, magari indirettamente, o che lo deleghi, alla luce dell’interpretazione junghiana o freudiana, la definizione aristotelica non smette di avere valore, perché, pur non rivelandone tutte le ragioni, quanto meno evidenzia la necessità che l’uomo avverte di unirsi in consorzio, se non altro con scopi di difesa, dalla natura e da altri consorzi umani, essendo la risorsa del singolo assai limitata.

Se i politici esprimessero in modo genuino il concetto dell’animale sociale cui allude Aristotele all’inizio della Politica (“L’uomo è per natura un animale sociale”, zoon politikòn) e non togliessero all’espressione l’aggettivo, non rimarrebbero soltanto animali! E questo non certo per i versi della nostra pungente satira. Purtroppo chi viene scelto dall’urna che dà la possibilità di governare ha la costante, disgraziata caratteristica di passare da un ruolo di opposizione a tutto, perché dell’avversario tutto è da distruggere per ragioni di riconquista del potere, a quello di governo inadeguato, rovinoso, perché sempre interessato al proprio tornaconto, non alla cosa pubblica. Nello stesso modo un grugno è sempre una caratteristica suina.

Quanto detto accade appunto perché, chi si opponeva a qualunque risoluzione della maggioranza, non lo faceva per difendere i diritti dei cittadini che rappresentava, ma per il malcelato e squallido desiderio di ottenere i vantaggi personali  che solo la gestione del potere può garantire. Finalmente ottenuto il risultato, mentre i creduli cittadini che li hanno votati e le loro speranze che saranno deluse brindano, festeggiano e cercano conferme dai giornalisti, specialmente nelle “versioni di parte”, leggendo i quotidiani e guardando le televisioni, le promesse fatte durante la campagna elettorale già se la ridono nelle croci che hanno contrassegnato le scelte sulle schede più votate, quelle che hanno sancito il trionfo.

Se chi legge sospetta e si chiede se queste ottave sostengano la Destra o la Sinistra, i versi sanno bene che una veranda che sia esposta a Sud oppure a Nord affitta, ospita troppo sole o troppa ombra: noi non siamo dunque né a Sinistra, né a Destra, né tanto meno – aggiungiamo -, al Centro che non c’è; perciò l’ottava rinvia il dubbio ad un mittente che evidentemente è “dipinto”, ha colore, è di parte, e per questo non può perseguire la verità. L’ospite di Montecitorio (palazzo iniziato dal Bernini e concluso dal Fontana, sede della camera dei deputati) o quello di Palazzo Madama (la cui facciata barocca è del Marucelli) dove è ospitato il Senato, ha sempre gli stessi comportamenti, qualunque sia la sua bandiera.

Il Vecchio (con la maiuscola, quasi per riverente antonomasia), il settantenne Berlusconi che grazie alle ricchezze di cui dispone può comprare con interventi di chirurgia estetica la più giovane età possibile, quando quella stessa età è per lui ormai finita, oppure il finto ed avvizzito parroco dell’Unione, già dell’Ulivo, già de L’Asinello (Prodi), provenendo da rotte diverse (spesso solo in apparenza) guardano allo stesso porto, al faro che illumina una fame inestinguibile, che grazie a quella luce non si smarrisce mai: la fame del potere. Per chi dovrà sostenere il giogo, per i cittadini, il peso non muta, non mutano le conseguenze, di chiunque sia la mano che lo orienta, perché tanto lo sforzo non permetterà un raccolto diverso, avrà la stessa spiga.

Dentro sagome di cose, dentro simboli che fanno ricorso a bestie o a vegetali (fiamme, scudi, croci, elefanti, asinelli, garofani, margherite, ulivi…) ci sono sempre le stesse facce che cercano di cambiare foggia per non essere riconosciute dopo i fallimenti, ripetendo sempre e comunque le stesse sporche ambizioni elettorali. Fanno così anche gli evasi, che fuggendo dalla prigione avrebbero poca speranza di non essere catturati subito se non cambiassero aspetto. La satira si scusa, perché casualmente ha accostato l’uomo politico al delinquente. 

Del resto se Dalema è sempre lo stesso anche se cambia vessillo, prima innalzando la falce e il martello, poi la quercia, se Fini fa scaturire “dall’ugello” prima la fiamma poi la bandiera tricolore, simbolo di FI, ma sostanzialmente rimanendo se stesso, se uomini dello scudo crociato cambiano simbolo e si nascondono nella margherita, l’occhiello che si presta al gioco del “m’ama non m’ama”, che risolve il dubbio all’ultimo petalo (il dubbio che fa tremare, in questo caso, è quello di chi “gioca” con le proposte politiche e quello di chi assiste al “gioco”, incerto ed inquietante), chi si accorge del trucco che sta dietro gli apparenti cambiamenti e non se ne stanca, o manca di senso critico oppure di memoria. L’occhiello può essere per di più inteso come l’occhiolino che il Centro, per sua natura, può strizzare a Destra o a Sinistra, creando ambiguità allarmanti per l’elettore, che non sa dove quello si sposterà.

Se si pone attenzione a come tiene il remo chi guida la barca, allora davvero se ne può dedurre che svincolarsi dalla tempesta politica non sarà mai possibile: non c’è scampo né per chi ha fiducia, né per chi ormai l’ha persa! Il legno dei governanti naviga sempre sullo stesso brodo, nella stessa acqua, segue cioè sempre le stesse modalità svantaggiose per i cittadini, e chi è colpito dal mal di mare, grida inutilmente. Nessuno si ferma, nessuno soccorre, niente cambia! Il povero disgraziato che ficca lo sguardo all’orizzonte in cerca della costa non riesce mai a scorgerla, come se questa continuamente si spostasse (non c’è porto per le tempeste che scatena chi detiene il potere).

Non parliamo poi dei meschini espedienti che usano gli uomini di potere, che hanno “misura” solo in rapporto al ruolo, a seconda che questo possa avere il capo alzato, se è di governo, o chino, se è di opposizione. A volte proprio mezzi sciagurati e sopraffini, certamente indizi della più alta distinzione: come l’idea di alcuni oppositori di far trovare nel cassetto di un ufficio municipale dei preservativi usati (attraverso cui evidentemente qualche “membro” del Consiglio Comunale, cui la satira allude, ha voluto spiegare la propria fisionomia, le proprie qualità di “testa fallica”).

La trita promessa elettorale, che spesso diventa slogan, di porre il cittadino “al centro” dell’attenzione di governo più attenta ed avveduta è certo una promessa che ritiene di avere davanti a sé costantemente un elettore cretino (forse è proprio così), che può essere facilmente abbagliato, e si rinnova ad ogni turno elettorale, ed ogni volta è solo un volantino, che riecheggia il gioco del calcio: ci vuole poco per capire… come chi segna il goal riporta il pallone al centro per calciarlo di nuovo, così chi vince le elezioni mette al centro il cittadino per poterlo prendere ancora a calci.

Ugualmente si diverte, la promessa politica, da quando con la forza o con la demagogia il cittadino si adatta, per impotenza o per candida fiducia, a guardare gli uomini di potere banchettare, accontentandosi di nutrirsi con un frutto acerbo; se qualcuno chiederà qualcosa di più, si troverà di fronte all’indifferenza, e dovrà continuare ad offrire il braccio ai prelievi (e il potere continuerà a prelevare sangue senza ritegno), dal momento che per quanto incameri, la banca senza il nome delle vene, alla quale cioè non importa la persona, ma solo il contributo versato, non ha mai fondo.

Forse “la banca”, nel momento in cui si accorgerà del pericolo mortale dei suoi clienti, interverrà con delle trasfusioni? Ma quando mai si è vista una sanguisuga offrire il sangue per salvare qualcuno? Chi sembrò docile ed innocuo nel momento di conquistare voti, piuttosto cercherà a stento di nascondere le beffe, accampando pretesti, dichiarando imprevisti, prendendosela con la cattiva sorte che gli si accanisce sempre contro.

Ci fu un’epoca la quale poté assistere allo scontro aspro fra il comunismo rosso sangue (il totalitarismo sanguinario paventato) e il sangue della croce, assurto a simbolo politico di difesa degli ideali cristiani, quando il potere non sembrava essere ciecamente preso dal solo profitto personale, come avviene adesso e la bandiera di parte difendeva ideologie veramente distinte, quando almeno chi banchettava, chi sfruttava il potere conseguito, cuoceva qualche vivanda per nutrire chi l’aveva eletto (nell’era della così detta Prima Repubblica c’erano favori e leggi che miravano clientelisticamente ad accontentare la risorsa elettorale); anche se la lungimiranza non fu la dote principale di quella classe politica, che non seppe prevedere la rovina che la corruzione esagerata e taluni deleteri provvedimenti, nepotistici e clientelari, avrebbero prodotto. “Mani pulite” avrebbe travolto quasi tutti i protagonisti di quella stagione.

Passando dalla Prima Stagione politica degli intrallazzi e delle tangenti alla Seconda Repubblica, che dovrebbe depurare, moralizzare il costume politico, non solo non cambia la maniera dei corteggi, persiste l’abitudine delle “mazzette”, il “corteggiamento” con il denaro, ma si è persa anche la competenza politica, perché la nuova generazione non ha professionalità ed improvvisa; approfittando della caduta di quasi tutti gli esponenti di spicco della Prima Repubblica, si sono lanciati avidamente nella corsa alla poltrona i più disparati soggetti, senza alcuna preparazione adeguata. Se un jazzista pretende di suonare, e ancor più di improvvisare con maestria, senza esercizio e senza doti naturali, senza avere ad esempio il senso ritmico, produrrà sempre note sconnesse, slegate e prive di senso metrico, melodico ed armonico; nello stesso modo la camera (come “stanza dei maneggi” e come Camera – Parlamento o Senato-) è solo un ammasso di arrivisti incapaci che crolla rovinosamente!

E tanto più è in rovina, l’accozzaglia, quanto più il panorama politico si frantuma, in una situazione di generale debolezza, dove una parte fiacca, un partito anche piccolo, può giocare un ruolo determinante, conta perfino quando conta  un’acca,  visto che le coalizioni di governo possono avere forza solo nella coesione, la quale tuttavia dipende dagli umori di qualunque, sia pur modesta, entità, utile sì per gestire il potere, ma solo fin che dura, come è utile una colla nella misura in cui riesce a mantenere connessi, a legare gli elementi ai quali è applicata. Qualunque coalizione governa con molta difficoltà, perché un minimo numero di dissidenti può provocarne la caduta. Per questo motivo i partiti sono numerosi come le formiche, tanto che se queste fossero bandiere, il formichiere farebbe un pasto da indigestione.

L’animale politico di Aristotele, non sarebbe solo “animale” se avesse conservato l’aggettivo (sociale), ma sembra che lo voglia come è proprio l’elettorato, che si lamenta in modo costante di qualunque governo, ma che in tutto è come gli uomini politici che si sceglie. Lo dimostra il fatto che difende la parte che pure considera colpevole per il malgoverno, per il semplice motivo che è con essa schierato, è capace di mordere chi si permette di criticarla.

La politica prende in prestito i modelli dallo sport, non da quello praticato, ma da quello passivo, del tifo sportivo (morboso come l’omonima infezione intestinale), e ne trasferisce le modalità al suo gregge. I sostenitori di ogni fazione, come quelli delle squadre di calcio, si comportano da fanatici focosi ed offendono gli avversari, sempre in una logica di scontro, mai di confronto. Nemmeno i leader si sottraggono ai modelli “sportivi”: la lotta infatti è soprattutto fra i sostenitori di Prodi, che fece una campagna elettorale girando l’Italia in bicicletta, e di Berlusconi, che “fa il tifo” nel nome stesso (Forza Italia) e nei colori-simbolo del suo partito, quelli della bandiera e della maglia della Nazionale (c’è chi gioca a fare il giro d’Italia e chi ad infilarsi la maglia della Nazionale).

E l’arbitro, chiunque egli sia, anche se si tratta di un cittadino elettore, se disapprova viene disprezzato per il fatto stesso di non essere d’accordo (soltanto perché fischia ha già le corna). Quando chi agisce ha il potere, allora, per gli amministratori che lo esercitano e per i più fanatici loro elettori, l’operato è sempre espressione di qualità, di capacità, di elevata avvedutezza, anche nei casi in cui è l’espressione di uomini corrotti che corrompono, ma chi osa contestare è stupido e incapace. Il collo dell’imbuto ha sempre torto: se non lascia passare quello che vuole chi versa, l’imbuto ha sempre il cono troppo stretto o è fatto di materia inadatta (perché si oppone al passaggio di quello che viene versato). Si vuol dire che qualche volta, magari, è chi versa che pretende troppo dall’imbuto, ma questa eventualità non è mai considerata! A buon intenditor…

Non c’è dubbio: il Testamento è il capitale più grande per la fede cristiana ed è lo scrigno dottrinale dei seguaci di Cristo; ma Il Capitale (di Marx) è il Testamento? Certo, è il testamento di Karl Marx ed è l’oro dottrinale dei suoi seguaci, ma nel gioco di parole le due opere sembrano quasi coincidere… è così? Chi l’aveva mai capito? Chi aveva intuito che l’utopia che al ricco è sepolcrale, che decreta il trionfo del proletariato ai danni della proprietà, e il pensiero cristiano esprimessero l’ideologia di una stessa comunità (ugual convento)? Forse le due croci dei rispettivi simboli, quella decussata, formata dalla falce e dal martello, e quella cristiana, “latina”, indipendentemente dall’orientamento (la croce latina, o immissa, è quella tradizionale su cui fu crocefisso Gesù; quella di S. Andrea, o decussata, ha i bracci a forma di X) sono uno stesso simbolo?

Se non è così, che razza è riuscita ad attecchire nel panorama impazzito delle formazioni politiche, dove gli accoppiamenti nascono senza orientamenti chiari e senza stamigna, senza un setaccio e una bandiera vera (la stamigna “è un tessuto di lana sottile e resistente, usato specialmente per colare e setacciare e per confezionare bandiere”, Devoto; quindi il termine indica contemporaneamente sia lo strumento di cernita che la bandiera), promossi dal solo criterio della convenienza del momento. Chi sono i “cattocomunisti”? Quale patologia dell’epidermide sono? provocata da quale fungo? in quale “zelante” ambiente sono nati? Chi pensa di poter conciliare le dottrine di Marx e di Cristo, se ancora non è del tutto impazzito, certamente frequenta gli ambienti dello spaccio!

Nel frattempo il movimento che ha creato lo slogan “Roma ladrona” è intento a rubare a Roma, insieme con gli altri partiti, magari con il pretesto che deve riprendersi (da solo, però) quello che gli spetta; ma quando metti insieme i ladri, la specie non cambia di certo, sicché i leghisti dovrebbero dire un’altra verità, se la loro pettinatura fosse genuina, anziché essere una parrucca (se fossero sinceri, insomma): la tanto decantata indipendenza del Nord porterebbe solo alla creazione di una nuova entità, soggetta a nuovi (vecchi, visto che sarebbero gli attuali leader) “padroni”, a nuovi divoratori nelle nuove sale del potere; dunque appare solo una questione di sommetta, di bieco interesse.

Nello slogan che fa sognare la gente, “paroni a casa nostra”, allarma la durezza, la perentorietà del termine paroni, di sapore fortemente autoritario, che peraltro non chiarisce chi dovrà pagare, quanto e come, quando ci saranno i nuovi “esattori”, né dice con chiarezza quali saranno i vantaggi economici dei nuovi amministratori (quanto avrà chi deve governare) e tantomeno rivela che a governare saranno quelli che adesso fanno propaganda. Dunque attenzione ai facili entusiasmi, alle attese eccessive: quello che suggeriamo è un motto che creiamo or ora, ma che può essere applicato a qualunque epoca: chi troppo brinda vomita i bicchieri!

Il partito più scaltro e difettoso è quello del “pendolo”, forse per il fatto che per tanto tempo è stato elemento di controllo per gli orologi, quello che si regola in base alla probabilità di successo nelle elezioni e che si schiera con il simbolo che gli dà più garanzie di vittoria (va col marchio che decora, che dà la medaglia…). Il moto pendolare che l’olandese Christiaan Huygens (L’Aia, 1629-1695) applicò al primo orologio a pendolo, che egli brevettò nel 1656, in politica disonora il suo inventore, perché indica mancanza di un chiaro indirizzo ed opportunismo. Perfino chi si dichiara “radicale” lo è tanto da potersi mettere in vendita al migliore offerente prima della tornata elettorale (non distingue da che parte stare, perché evidentemente non ha le idee chiare… o perché fra le idee non c’è più distinzione).

Se i Radicali possono destare sorpresa per le loro oscillazioni, Mastella, essendo un recipiente non adibito, non assegnato ad un uso specifico (il mastello è un recipiente in legno di forma tronco-conica) meraviglia meno: che dunque egli versi vino o latte nel suo mastello, per la sete (di potere, naturalmente) c’è poca differenza (conta poco un liquido o l’altro, uno schieramento politico o l’altro, l’importante è bere!). Del resto tra la nebbia che nella mente provoca il vino e quella esistente nel cervello di chi è allattato c’è tanta divergenza quanta ce n’è tra un ubriaco e chi non ha la capacità di ragionare (dunque chi oscilla da una parte all’altra…). Abbiamo addotto due esempi e sembra che non ce ne siano altri rilevanti (tertium non datur, un terzo non è dato) se fra i capovolgimenti di collocazione non si dovrà prendere in considerazione quella che adesso appare come la sfida di Casini alla posizione di preminenza di Berlusconi.

Quanto alle posizioni estreme, all’estrema sinistra ed all’estrema destra, esiste la perenne situazione del disagio che scaturisce da un passato certo, di errori gravi e di crimini, rispetto al quale è necessario mostrarsi non contaminati o guariti, sopportando l’altrui giudizio e il riconoscimento dell’avvenuta “guarigione”; a questo si aggiunge la vacuità dell’oltre confine, instabile, a-spaziale, deserta, che del deserto, appunto, dà lo smarrimento (a sinistra dell’estrema sinistra, come a destra dell’estrema destra, è il nulla, manca il riferimento, l’appoggio, la consistenza). In tal modo, mentre da una parte i due gruppi smarriscono la loro forte connotazione, dall’altra non riescono a rinnovarsi in maniera decisa (stenta la primavera e manca il verde). 

Anzi, se essi sopravvivono con numeri non disprezzabili, ciò è dovuto all’insoddisfazione costante, alimentata dai cattivi governi; se ci fosse più soddisfazione (se digiunasse un poco lo scontento) la loro fascia si ridurrebbe sempre più. Bertinotti non avrebbe più “moscia” soltanto la sua “distinta” erre, ma anche le file del suo partito (file “mosce” non solo e non tanto perché depresse, ma perché fortemente ridimensionate); dal canto suo Gianfranco Fini non avrebbe solo la sua dialettica di modi “fini” (con ironica allusione al cognome), ma anche il mensile, perché un’elevata perdita di voti gli porterebbe sicuramente anche un danno di immagine e di introiti. Del resto in politica, paradossalmente, incontra la morte chi non ha più nemici, nel senso che quando gli elettori sono soddisfatti, hanno poco senso le posizioni estreme, che rischiano l’inconsistenza, se non addirittura l’estinzione (quando non c’è il nemico, c’è la morte).

Ogni pretesto utile per creare “un’ideologia” che permetta di aspirare a guadagnare dei seggi (adatto alla poltrona), si trasforma in partito e nel simbolo che lo rappresenta: i “valori” (si tratta poi di stabilire quali) diventano la bandiera di Di Pietro (il valore generico che tuona, che si scaglia contro la corruzione), la salvaguardia dell’ambiente devastato dalla “civiltà” industriale fa germogliare il partito dei Verdi; tutti pretesti “nobili”, che quando incontrano qualche mente buona, qualche onesto e fiducioso cittadino, concretizzano l’aspirazione in un’altra seduzione elettorale. Il destino, che non sembra avaro, che è generoso, ha indicato nel nome del leader dei Verdi la sua missione (l’ironia pungente intravede nel cognome Pecoraro – “pecoraro” è la variante arcaica di pecoraio -, il ruolo predestinato di difensore del pascolo, del verde, della natura in genere).

Il destino sembra investire, come aveva fatto con Il Santo per antonomasia, Sant’Antonio, anche il moderno Fiore Novello (Antonio Di Pietro; in Greco il nome di Antonio significa appunto “fiore novello”) della nobile missione mirante a trasformare il corrotto universo degli uomini in un mondo più sincero e bello (L’Italia dei Valori, per quanto riguarda l’ex giudice). Purtroppo lo sgrammaticato eloquio del Molisano è sfavorevole alla “missione” assegnatagli, non depone a favore del compito, perché il valore che spiana la strada a tutti gli altri è quello dell’istruzione (non c’è progresso senza l’istruzione). Perciò saremmo più convinti sulle possibilità del Fiore Novello, se egli tornasse a scuola e ricominciasse proprio dall’inizio.

Un’altra fetta della popolazione politica guarda in alto verso il sole, in estasi, come i pellegrini di Fatima guardavano in attesa del miracolo: si aspetta se veramente nasca quel pidocchio, di sapere cioè se davvero prenderà forma quella “tigna”, quell’ibrido comunista-cattolico di cui si parlava, la deformità che il Cielo temette e che la gente invece aspetta fiduciosa. Ormai la notizia dell’imminente portento corre di bocca in bocca, di capannello in capannello (corre la voce ormai per troppe gole / ed il portento va di crocchio in crocchio): nella luce del sole apparirà Cristalin, l’ibrida incarnazione Cristo-Stalin, metà redentore e metà tiranno.

Rutelli ha sfogliato tanto la sua margherita, da sembrare un condannato ai lavori forzati, tanto che ha mosso a compassione i DS, sensibili probabilmente a certi argomenti… Fassino si è intenerito e gli ha offerto di stare fianco a fianco per tessere l’assurdo ghirigoro, l’assurdo intreccio, la fusione di marxisti e cattolici in un partito unico. Il frutto di nozze del genere non può essere genuino (non è franco), ma per Fassino un mostro è già un tesoro, di fronte alla bruttezza di Fassino, qualunque creatura mostruosa è bellissima. Il figlio dell’unione è naturalmente Veltroni: niente di meglio! Dante aveva preconizzato: la lupa dell’ingordigia, che si accoppia a innumerevoli vizi, sarebbe morta fra gli spasimi all’avvento del Veltro. Finalmente, dopo più di sette secoli, il mistero della Commedia è risolto… Molti son li animali a cui s’ammoglia / e più saranno ancora, infin che ‘l Veltro / verrà, che la farà morir con doglia (Inferno, vv. 100-102). Ora la lupa che s’ammoglia smette finalmente di accoppiarsi, perché l’arrivo di Veltroni guarirà ogni politica ingordigia.

Un turista, a Politopoli, cercava di orientarsi, frastornato dai segnali: cercava il centro città, ma tutti i cartelli, qualunque fosse l’orientamento delle frecce, a sinistra, a destra, in mezzo, tutti dichiaravano uguale sito, la stessa area, il centro. Il turista allora chiede indicazioni ad un passante: “Quale strada devo seguire per allontanarmi dal centro?”. Il passante risponde che il cuore della città è sempre dove punta il dito, dove la mano indica… però, purtroppo, la mano gira, sicché punta all’infinito, non smette mai di puntare e dà infinite indicazioni. L’apologo vuole spiegare ironicamente che le formazioni politiche italiane sono tutte uguali, tutte orientate al “centro”: il centro, appunto, il centro sinistra, il centro destra. Questo è il nodo della confusione e dell’ingovernabilità e non ci sarà soluzione finché le cose non cambieranno.

Amato Maria Bernabei

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One comment to L’infinito piatto: Zoon politikòn (il volto vero della politica)

  • motori per moto  says:

    Bel post su argomento da non sottovalutare.

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