Il sentiero dell’immaginario: 04. La scuola del “dolce stil novo”

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 “È certo che, nonostante la novità de’ sentimenti e la nobiltà dell’espressione (onde i suoi poeti s’innalzano sull’arte troppo più rozza ed inefficace degli altri rimatori), il dolce stil nuovo si riattacca con stretti e robusti vincoli non pur alla letteratura del Dugento, ma a tutta la cultura filosofica e religiosa del Medioevo; e non d’Italia soltanto. Centro del mondo poetico degli stilnovisti, oggetto di discorsi e di discussioni, quando non di confessioni liriche, è, come ci avverte ancor Dante, l’Amore” (Natalino Sapegno).

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LA SCUOLA DEL “DOLCE STIL NOVO”

Premessa: sviluppi del modello cortese

“Nella storia della letteratura europea si fissarono successivamente tre sistemi (o convenzioni) di poesia d’amore, ciascuno dei quali prevede, là dove si forma e ha le sue radici,

             una specifica situazione dei rapporti sociali,

             una concezione del mondo (ideologia) e

             una peculiare espressione poetica (forma).

A tali sistemi corrispondono:

                 a) l’amore cortese

                 b) l’amore petrarchesco

                 c) l’amore romantico

Tutt’e tre produssero un modello letterario e un modello di comportamento.

In Italia, nel XIII secolo, i poeti in lingua volgare accolsero la convenzione dell’amore cortese, apportandovi tuttavia innovazioni e adattamenti.

Un elemento di continuità è costituito dalla finzione letteraria, per cui un tema (l’amore) e un oggetto privilegiato di raffigurazione (la donna) sono astratti dalle situazioni reali. I testi ci introducono -e questa caratteristica perdurò anche nel modello petrarchesco- in un universo dominato dalle donne, visto attraverso gli occhi di uomini che amano e adorano: la finzione compensa una realtà del tutto diversa, in cui il mondo era dell’uomo, e violentemente tale.

Inoltre ancora una volta nelle dottrine d’amore confluì la coscienza di un gruppo sociale. La donna fu, come dai trovatori, eletta a “segno” rappresentativo di ogni bellezza, bene e piacere, fu considerata una forza capace di provocare, attraverso Amore, ogni sorta di effetti, positivi o negativi: parlando del suo rapporto con la donna l’uomo perciò parla, allusivamente, con la totalità dell’esperienza vissuta.

Le peculiarità della cultura urbana e le vicende storiche del tardo Duecento determinarono, all’interno della concezione dell’amore cortese, alcune modificazioni, che ci appaiono principalmente in funzione

      dell’azione svolta dalla Chiesa, che con interventi a vari livelli, dotti e popolari (predicazione degli ordini mendicanti, movimenti antiereticali, condanna dei maestri “averroisti” dell’Università di Parigi, ecc.), recuperava il controllo sull’elaborazione intellettuale, posto in crisi nel XII secolo dal primo affermarsi tra i laici della scrittura in volgare;

      dei contenuti dottrinali, della nuova sistemazione del sapere, dei particolari interessi che furono proposti dai centri universitari;

      della dinamica delle forze sociali, quale si manifestò nelle città a regime comunale. La poesia d’amore fu praticata inizialmente in zone periferiche dell’Italia, o da rimatori che ne adottarono anche la lingua originaria (verseggiarono in lingua d’oc, nell’Italia settentrionale, autori bolognesi, mantovani, genovesi, veneziani), o da quei poeti “siciliani” che per primi trasferirono in un volgare italiano schemi e temi dei provenzali. Nella seconda metà del XIII secolo le varie sperimentazioni convergevano verso l’area bolognese e toscana. in cui si ebbero gli sviluppi più significativi: qui, nell’ambiente urbano, i manoscritti trovarono chi trascriveva e chi comprava (ci fu un “mercato”), i testi ebbero un pubblico di lettori non circoscritto a una corte ed espressero contenuti che possiamo confrontare con dati sociologici abbastanza precisi.” (Ceserani-De Federicis, Il materiale e l’immaginario, vol. I, pp. 758-759).

 

                  Il “dolce stil novo”

“Dalla lezione della poesia siciliana e toscana, approfondita in un più ampio contesto culturale, nasce il più importante movimento letterario del secolo, quello del “dolce stil novo”.

E` Dante stesso, in un noto passo del Purgatorio (c. XXIV, vv. 52-60), che ne precisa, oltre al nome, la più interessante novità: l’ispirazione. Giunto alla sesta cornice della montagna che “dismala” e richiesto da Bonaggiunta di Orbicciano s’egli fosse colui che aveva tratto le “nuove rime” d’amore, risponde senza esitazione:

         …Io mi son un che quando / amore spira, noto, e a quel modo / che ditta dentro, vo significando,

 al che il poeta lucchese ribatte prontamente:

      …O frate, issa veggi’io… il nodo / che il Notaro e Guittone e me ritenne / di qua dal dolce stil novo ch’io odo.

 Non più quindi cieca osservanza di aridi schemi, ma fedele obbedienza al proprio dittatore, cioè ad Amore; per udire quanto egli “dettava” occorreva al poeta, assorto in umile adorazione della bellezza femminile, un profondo raccoglimento, meglio, una facoltà introspettiva assolutamente ignota alla poesia antecedente che gli permettesse di analizzare gli improvvisi smarrimenti, le sùbite gioie, gli accasciamenti ed i tremori derivanti dalla vista della sua donna innalzata a creatura paradisiaca.

Ed è proprio questa interiorità che rompe con i passato della poesia siciliana e toscana, e caratterizza singolarmente la poesia del Guinizelli, del Cavalcanti dell’Alighieri: ad essa va aggiunta la nuova concezione che i poeti stilnovisti hanno della nobiltà.

– Già la poesia provenzale della seconda metà del secolo aveva cominciato a rinnegare la tradizionale concezione feudale di una nobiltà trasmessa da padre in figlio, in una ristretta cerchia di signori predestinati;

– la filosofia scolastica aveva poi operato una vera ribellione a qualsiasi prerogativa di sangue;

– il “dolce stil novo“, continuando e completando artisticamente questo processo di pensiero, trasporta in poesia il principio della nobiltà individuale dell’anima, la cui diretta ed immediata conseguenza è la gentilezza di cuore, non dono di natura, ma virtù acquisita.

Che altro però è tale gentilezza se non amore in potenza? Con l’amore si giunge alla conoscenza, cioè a Dio, ma il solo tramite è la bellezza della donna amata, mezzo e stimolo indispensabili alla elevazione spirituale.

Questa improvvisa apparizione della donna pareggiata ad un angelo opera un radicale mutamento nella letteratura: la lirica fredda e convenzionale di tipo aulico e cortigiano cede il passo ad una nuova poesia interiorizzata, e la donna angelicata perde ogni traccia di materialità: non solo non è più elemento pericoloso alla salvezza dell’uomo -‘null’om pò mal pensar fin che la vede” (Guinizelli)- ma discende in terra, angelo umano, ad additare con la sua bellezza meravigliosa la potenza del Creatore ed a sollevare al cielo i mortali infelici. Dal suo sguardo emanano gentilezza ed amore che raggentiliscono quanti vengono a contatto con lei, ed una beatitudine senza pari si impossessa di colui cui giunge il suo saluto.

Indubbia la novità d’una tale poetica, ed indubbi gli esiti artistici da essa raggiunti con i poeti più validi della scuola stilnovistica: sorta in un ambiente di cultura raffinata quale era quello di Bologna, essa non fu però immune da elementi intellettualistici, i quali contribuirono, specie nei poeti meno validi, ad indulgere in minute e talvolta fastidiose analisi psicologiche, in sottili teorizzazioni sulla natura dell’amore, in vuote ed aride personificazioni dei sentimenti.

 

Al bolognese Guido Guinizelli (nato fra il 1230 e il `40, morto prima del 1276) è ascritto il merito di avere per la prima volta espresso i concetti dottrinali della scuola nella canzone “Al cor gentil repara sempre amore”, che per comune consenso viene considerata il manifesto del “dolce stil novo”. Imitatore dapprima della maniera siciliana-guittoniana, Guinizelli abbandonò presto quei freddi modelli incapaci di parlare al suo spirito. Voltosi alle nuove concezioni, ne afferrò subito l’intima essenza poetica e la tradusse in versi aggraziati e pulsanti di giovinezza: la sua passione amorosa fluì attraverso immagini di una trasparenza e di una levità così delicate, e nello stesso tempo così piene di vita, da fargli meritare l’appellativo di poeta visivo. Nella canzone su accennata le similitudini dell’Amore che “ripara” nel cuore gentile come l’augello nella selva, della donna che dà valore al cuore gentile come la stella alla pietra preziosa, dell’amore che brilla nel cuore gentile come la fiamma “in cima del doppiero” (candelabro per due candele; n.d.c.); l’alterezza paragonata al fango e la nobiltà al sole; l’identificazione della bellezza angelica in quella della donna amata, formano un tutto di una efficacia e di un calore notevoli, e conservano, anche a distanza di tempo, il fascino della spontaneità della concezione e della immediatezza della versificazione.

Se a ciò aggiungiamo la capacità di ripiegamento su se stesso in una minuta indagine psicologica dei sentimenti che si alternano nell’estasi amorosa, capacità ancor più evidente in taluni sonetti del suo non ampio Canzoniere, e l’accoglimento dell’istanza religiosa del tempo in un sapiente accordo dell’amore terreno con quello divino, avremo un quadro completo della poesia del Guinizelli.

I rimatori fiorentini ne raccolsero la dottrina non senza operare su di essa un lungo processo di ampliamento e di superamento.

Primo in ordine di tempo e figura assai complessa per la varietà dei motivi ispiratori della sua vita e della sua poesia è Guido Cavalcanti (1258 circa-1300). Alla canzone guinizelliana “Al cor gentil”, tutta immagini e gentilezza, contrappose “Donna mi prega perch’io voglia dire”, vero trattato filosofico nel quale, per mezzo di continue definizioni, distinzioni, sillogismi, vuole risolvere i numerosi problemi che nascono dall’amore, ma non in essa, benché abbia avuto fama sproporzionata al suo valore artistico, è da ricercare il vero Cavalcanti: egli si distingue soprattutto per la capacità di scrutare e di rappresentare drammaticamente il suo mondo interiore, anticipando sotto certi aspetti la poesia petrarchesca quale storia delle infinite variazioni sentimentali dello spirito umano.

L’esempio più ragguardevole è la nota ballata “Perch’io no spero di tornar giammai”, in cui il nostalgico rimpianto della patria lontana si fonde nel doloroso e patetico ricordo dell’amata ch’egli dispera di rivedere: lo sbigottimento del poeta per la presentita e temuta morte immatura si tramuta in una estatica contemplazione ed adorazione della donna, cui sono sconosciuti i confini di tempo:

 Anima, e tu l’adora / sempre nel su’ valore.

Questa ballata contrasta vivacemente con la briosa festosità di altre rime, volte tutte alla celebrazione, oltre che della bellezza dell’amata, della giovinezza e della primavera. Qui per taluni sta la migliore poesia del Cavalcanti, fatta di semplicità e delicatezza, come di melodia e di grazia. Leggendo il sonetto “Chi è questa che vien, ch’ogn’om la mira”, o la ballata “Fresca rosa novella”, o più ancora la nota pastorella “In un boschetto trovai pasturella” scorgiamo un Cavalcanti dotato di grande spontaneità, capace di creare immagini indimenticabili.

Lodi significative furono rivolte da Dante e dal Petrarca a Cino da Pistoia (1270 circa-1337), giurista insigne della nobile famiglia dei Sigibuldi. Poeta disuguale, fu autore di canti manierati ed astrusi e di altri forti e concettosi, ma soprattutto fu poeta d’amore. In Selvaggia, la donna da lui amata, Cino vede la bellezza femminile spoglia in gran parte della spiritualità stilnovistica: l’ama nella pienezza degli affetti e riesce a rappresentare 2l’infinita gamma di sentimenti che gli si agitano nell’animo alla sua vista, dalla gioia al tedio, dalla noia all’angoscia. Tuttavia l’intonazione malinconica del verso, che scaturisce dall’alternanza della gioia e del dolore per la fierezza e l’alterigia di Selvaggia o per l’esilio che lo priva della sua vista, se spesso risponde a reale commozione dell’animo, a volte è ricercata come puro gioco letterario.

L’importanza storica della scuola del dolce stil novo sta nel fatto:

      di aver creato una prima vera tradizione letteraria italiana, e

      di avere, accogliendo l’ideale siciliano di una lingua illustre, nobilitato e raffinato nel lessico e nello stile il volgare toscano, quel volgare cioè destinato ad assumere, dopo la comparsa dei grandi trecentisti, il ruolo di lingua nazionale.” (De Bernardi-Lanza-Barbero, Letteratura italiana, vol. I, pp 18-20).

                Lettura I:   IL MANIFESTO DEL DOLCE STIL NOVO:

                             AL COR GENTIL REPARA SEMPRE AMORE

“Ciò che costituisce l’essenza dello “stil novo”, ciò che lo caratterizza di fronte alla lirica italiana che l’ha preceduto, dal Notaro a Guittone a Bonaggiunta, è, come notò Dante, la spirazione d’amore; che si comunica ancor viva e vibrante della sua interiore verità, attraverso la parola strettamente aderente al movimento dell’animo…

La poesia non è più un vano stillarsi dell’intelletto in formule; non è più una mera finzione letteraria. Essa si stringe alla realtà psicologica scaturisce dalla vita del sentimento individuale; ne ascolta le parole e le trascrive, fermandole ancora col fremito col quale esse sono balzate s dal profondo.

In tal senso la poesia del Guinizelli è quella che rompe una stanca tradizione letteraria e dà alla lirica italiana un nuovo stile; non di colori retorici attinti alla consueta tavolozza, ma di franca adesione alla schietta spirazione d’amore. La novità della sua celebre e celebrata canzone “Al cor gentil” non è nel suo astratto contenuto dottrinale. E` vero, noi vi troviamo inscindibilmente strette fra loro, per la prima volta, le teorie

                       dell’amante naturalmente incline all’amore,

                       dell’amore che giace in potenza in ogni cuor gentile,

                       della vera gentilezza che è nobiltà morale,

                       della donna che con la sua bellezza trae l’amore dalla potenza all’atto.

Sono le stesse teorie che hanno dato fondamento razionale alla concezione dell’amore cortese…

Ma il Guinizelli le rinnova tutte, entro la sua esperienza personale, col fervore di un pensiero che le scruta e le analizza e cerca contemporaneamente di illuminarle con doviziosa compiacenza di paragoni e di immagini.

Il valore della canzone sta nell’affermazione sentimentale degli ultimi versi: la quale conferisce serietà e poetico entusiasmo al concetto che nelle varie stanze si svolge e si ragiona. Non vi si nega il “vano amore” verso la donna; anzi lo si conferma dicendo che essa “tenea d’angel sembianza”; cioè fu un’illusione, ma illusione benefica per i mirabili effetti che nei cuori gentili esso produce…

Il Guinizelli coordina in sistema i concetti tradizionali che tendevano a conferire all’amore cortese un valore assoluto di spiritualità. Egli muove dalla identificazione di amore e cor gentile per specificare l’impulso naturale della volontà, che in un cuore nobile non può mirare che al bene. L’amante cortese per la qualità del suo amore non può essere che virtuoso e puro. E` la formula intorno alla quale si è aggirata la ispirazione lirica dei grandi trovatori. Il Guinizelli prosegue paragonando la bella donna a Dio. “Come Dio nella sua giustizia fa beata l’Intelligenza che mirando direttamente nella sua luce, lo serve, volgendo il cielo affidato alle sue cure; così la donna dovrebbe fare veramente beato l’uomo gentile, che mirando nella sua bellezza le manifesta con lo sguardo la volontà di obbedirla operando”. Ma di tanto amore che idoleggia il suo oggetto e che sarebbe, avverandosi, beatifico e beato, il poeta sente che dovrà renderne conto a Dio nel giorno del giudizio e se ne scagiona dinanzi a lui:

                                                                Tenea d’angel sembianza /che fosse del tuo regno: / non mi fue fallo s’eo li posi amanza.

 Ecco: l’amore che pullula dalle oscure sorgenti della vita si giustifica, o se si vuole, si scagiona, soltanto quando è volontà buona di cuore gentile.” (M. Casella, Il dolce stil novo, in Studi danteschi, vol. XVIII, pp. 107 sgg.).

            Lettura II:   LE FONTI DEL DOLCE STIL NUOVO

“È certo che, nonostante la novità de’ sentimenti e la nobiltà dell’espressione (onde i suoi poeti s’innalzano sull’arte troppo più rozza ed inefficace degli altri rimatori), il dolce stil nuovo si riattacca con stretti e robusti vincoli non pur alla letteratura del Dugento, ma a tutta la cultura filosofica e religiosa del Medioevo; e non d’Italia soltanto. Centro del mondo poetico degli stilnovisti, oggetto di discorsi e di discussioni, quando non di confessioni liriche, è, come ci avverte ancor Dante, l’Amore. E questo Amore è, senza dubbio, un amore umano: non come altri ha pensato, un simbolo soltanto, un’idealità, un’astrazione filosofica. Sennonché, per intender appieno la ricchezza e la complessità dei fatti psicologici che al concetto d’amore si ricollegano nella poesia degli stilnovisti, giova ricostruire, sia pure in sommario, nella sua formazione storica, la varia e raffinata cultura che quella poesia presuppone.

 

Fin dagli inizi del Cristianesimo, e poi sempre più nel mondo medievale, i moti gli atti dello spirito diventano oggetto d’uno studio analitico attento e sottile, che s’affatica a costruire classificazioni e distinzioni, a stabilire riferimenti e somiglianze, ad esprimere insomma, con chiarezza almeno apparentemente scientifica, le oscure, intricate e talora inesprimibili vicende della coscienza individuale. Gli scolastici portano, in questa indagine difficile, il rigore logico e la passione speculativa che son loro propri: ma i loro concetti, spogliati della veste sistematica originaria, riaffiorano nelle opere medievali didattiche e poetiche, mescolati d’altronde a idee di derivazione talora diversissima e trasportati anche a significare cose molto lontane da quelle che essi primamente avevan dovuto esprimere.

      Le immagini e le formule della letteratura biblica e latina,

      le discussioni dei metafisici greci, arabi e scolastici,

      l’esperienza stessa varia e ricca degli uomini (cui la fede cristiana ha insegnato ed imposto una più frequente e assidua attenzione ai fatti della coscienza), e massime degli uomini -studiosi o letterati- dotati d’una maggiore sensibilità affettiva,

confluiscono a creare nel Medioevo quel patrimonio complesso ed eterogeneo di definizioni e di divisioni, di paragoni e di riferimenti, quella scienza psicologica insomma, la quale poi non rimane ristretta a’ dotti, bensì diventa a poco a poco, sia pure in modo inconsapevole e non senza confusione, bene pubblico; e già a’ tempi di Dante era largamente diffusa, anche in ambiente di non altissima cultura.

Questo lavoro di indagine psicologica, portato ne’ terreni più diversi e lontani, acquista un più singolare rilievo e diviene oggetto d’una curiosità pi estesa e varia quando s’attacca a studiare e definire la passione d’amore… La casistica delle vicende erotiche viene regolata con precisione dottrinaria…; s’intuisce la fondamentale identità del sentimento d’amore in tutti i suoi gradi e s’istituiscono rapporti, più o meno consapevoli, fra la passione umana e terrena e la charitas rivolta a Dio… I documenti di questa storia intricata e varia del concetto d’amore nel Medioevo voglion essere ricercati in molti e diversi campi:

             nelle summae degli scolastici…;

             ne’ mistici della scuola vittoriana e francescana…;

             nella lirica religiosa…;

             ne’ trattati d’Amore…;

             nella letteratura, francese e provenzale, siciliana e toscana…;

A tutta questa varia e vasta letteratura psicologica, che qui s’è tentato di descrivere in modo rapido e sommario, vuol esser ricollegato lo “stil nuovo”: e l’Amore, di cui Dante parla nel passo così famoso del Purgatorio, e dietro la dettatura del quale “sen vanno strette” le penne de’ giovani rimatori, vien ad esser dunque, così illuminato, quasi una sintesi di tutta la vita multiforme e segreta della coscienza.” (N. Sapegno, Il Trecento, Milano, 1955, II ed., pp. 13-14 passim).

  

            Lettura III:  L’EREDITÀ SICULO-PROVENZALE

                                   NEL MOVIMENTO STILNOVISTA

“La poesia siciliana offre il modello ai poeti toscani -lucchesi, pisani, aretini- del `200, che precorrono e preparano l’opera dei grandi fiorentini; e non occorre qui farne parola.

Non ai “siciliani”, ma direttamente ai trovatori provenzali si rifà colui che della letteratura del secondo Duecento, prima del trionfo fiorentino, appare il dittatore: Guittone d’Arezzo, che dei trovatori si mostra conoscitore espertissimo e profondo e imitatore fedelissimo.

Dei provenzali imita Guittone specialmente il “trobar clus”, cioè la maniera difficile, l’espressione ermetica sottilmente elaborata, costruita con sapiente artificio, intessuta di rime equivoche, di forme oscure, lambiccate, contorte.  provenzalismi in gran copia, accanto ai copiosi latinismi e idiotismi, trovan posto nell’ibrida lingua poetica guittoniana.

Direttamente ai provenzali si rifanno anche alcuni verseggiatori dell’Italia Superiore, indipendenti dalla tradizione letteraria che muove dalla Magna Curia Gerardo Patecchio e Ugo de Persico autore di alcune Noie (componimenti didattici e satirici, in cui si elencano le cose che rendono fastidiosa la vita), che imitano evidentemente quelle del Monaco di Montaldone.

E la tradizione provenzaleggiante si continua anche in quei movimenti letterari del Duecento che pure appaiono un’insurrezione contro il gelido accademismo della tradizione “siciliana”: intendo il movimento “stilnovista” e il suo preludio guinizelliano; che rappresentano, senza dubbio, un atteggiamento nuovo del gusto, ma nei quali, ad ogni modo,

                – sia per quanto riguarda i moduli tecnici,

                – sia per quanto riguarda i temi poetici,

l’eredità siculo provenzale appare evidente.

La novità d’indirizzo, di atteggiamento, di esigenze della scuola poetica cui appartiene, Dante, com’è noto, afferma solennemente nelle parole che pone in bocca a Bonagiunta da Lucca nel XXIV del Purgatorio; ed è novità, essenzialmente, di stile e di tono (dolce stil novo; rime dolci e leggiadre dir poi in altro luogo; e dolcezza e leggiadria sono, appunto, le note che riguardan lo stile e il tono della nuova poesia), per cui la poesia sua e dei suoi compagni d’arte e del maestro di tutti, il primo Guido, si contrappone nettamente così a quella della prima scuola, come a quella di Guittone. Parla Dante, appunto, di un nodo che ritiene la poesia di Jacopo da Lentini, di Bonagiunta, di Guittone di qua dal novo stile.

La novità è, specialmente, nella compiacenza per i toni delicati e vaghi, di incantevole trasparenza e levità: dipende cioè, insistiamo, da nuovi atteggiamenti del gusto; che si riflettono nella creazione di una lingua poetica che certo profondamente innova la lingua tradizionale, ma conserva, tuttavia, elementi importanti di essa.

La vecchia critica riteneva che lo stil novo avesse fatto luogo anche a un rinnovamento della materia poetica; all’introduzione, nella poesia, di un contenuto filosofico-teologico-mistico, suggerito dall’ambiente scolastico italiano ed estraneo alla tradizione cortese.

Una nozione nuova, veramente, della donna e dell’amore, si rifletterebbe nella poesia stilnovista: la nozione della donna-angelo, che guida l’amante all’attingimento del supremo bene: e dell’amore come slancio d’elevazione alla perfezione prima. Gentile miracolo, la donna: segno di virtù e di purezza; e il suo assenso dà beatitudine e la sua presenza esclude e allontana ogni malo pensiero e per lei entra nel cuore dell’amante un bisogno infinito di purità; un anelare ansioso alla virtù.

Ora, questa nozione filosofico-mistica dell’amore -e, occorre notare, il contenuto dottrinale di essa è molto più modesto di quanto non ritenesse la vecchia critica: salvo, forse, nella canzone cavalcantiana “Donna mi prega”- non è conferita alla scuola stilnovista dalla speculazione filosofica italiana del XIII secolo; ma deriva anch’essa dalla tradizione trobadorica che fa capo al Montanhagol: di cui abbiamo riconosciuti i riflessi nella poesia d’amore di due trovatori italiani, il Cigala e Sordello.

Se già presso i trovatori classici l’amore per la donna è posto come causa e fonte d’elevazione morale, nel Montanhagol e nei suoi seguaci è proprio sentito come tramite all’amore celeste, come via sicura alla virtù, come scala mistica che conduce alla santità.

Ed è proprio Guglielmo di Montanhagol (+1258) quegli che trova la formula nuova amore è fonte di castità. L’amore che il Montanhagol celebra è remoto da ogni umana passione ed esclude nel modo più assoluto l’accensione dei sensi. E` un amore che non comporta attentati alla purezza, nemmeno nel segreto pensiero, né minaccia l’onore della dama, di cui, anzi, l’amante perfetto è custode vigile e sincero: “Io mi son dato a voi senza turpi pensieri, con amore leale, per vegliare sul vostro onore… Amore non è peccato, anzi virtù, che rende buoni i malvagi e migliori i buoni. Da amore nasce castità: perché non può male agire chi pone in esso i suoi pensieri…”

Le formule e i motivi stessi, come ognuno vede, che si trovano con svolgimenti nuovi e con nuovo gusto atteggiati nella poesia del Guinizelli e del cenacolo cavalcantiano.

Per quanto riguarda la materia, dunque, anche la poesia stilnovista si rilega alla tradizione trobadorica; o, meglio, ai moduli offerti dagli ultimi trovatori.” (A. Viscardi, La poesia trobadorica e l’Italia, in Letterature comparate, Marzorati, 1948).

A cura di Amato Maria Bernabei

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