La divulgazione dell’ignoranza 5: Il XXXIII del Paradiso

Dante Paradiso

BENIGNI FRA MILLANTERIA E BLASFEMIA       

Nel dicembre del 2007, all’indomani di una performance televisiva di Benigni sul XXXIII Canto del Paradiso, il Cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone, con un’ottica come quella dei cavalli inibita dal cuoio dei paraocchi, attribuiva al grande saltimbanco “una recitazione splendida e un commento teologico degno dei più alti teologi“, dimostrando di aver ascoltato con i “paraorecchi”, non essendosi accorto delle corbellerie condite di irriverenza profuse dal comico toscano, e manifestando acritico entusiasmo per il semplice fatto che la televisione aveva dato spazio – non gli importava come – a un tema religioso.       

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Apri e salva: La divulgazione dell’ignoranza 05: Il XXXIII del Paradiso     

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IL XXXIII DEL PARADISO       

Bertone: “Benigni in tv, alta teologia” dal Vaticano elogi per la lettura di Maria       

di Orazio La Rocca     

       

“Encomio solenne del cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone pronunciato ieri… Bertone ha fatto anche un   riferimento “alla preghiera mariana che nel trentatreesimo canto del Paradiso S. Bernardo di Chiaravalle recita iniziando con i famosi versi “Vergine e madre, figlia di tuo figlio… “.  [1] “Parole immortali – ha commentato Bertone – con le quali la poesia di Dante ci fa capire come Dio abbia “pensato alla Vergine Maria fin dall’inizio dei tempi dell’eternità e poi l’ha creata, l’ha messa al mondo, in questo mondo a volte tenebroso, come un fiore che attrae tutti”. Una storia di vita e di fede ben presente nella tradizione ecclesiale, ma che ora – a detta del cardinale – sta vivendo un improvviso risveglio grazie anche ad una inattesa opera divulgativa, non dai pulpiti delle chiese, ma attraverso programmi televisivi popolari come le letture dantesche in onda sulla Rai in questi giorni. Letture chiare e ben fatte [2] – ha ricordato a sorpresa il cardinale segretario di Stato nel bel mezzo della sua omelia – che “Roberto Benigni alcune sere fa ci ha dato regalandoci una recitazione splendida e un commento teologico degno dei più alti teologi(9 dicembre 2007)        

I preti, le suore, i frati, quando vogliono dedicare la vita a Dio fanno digiuno, cioè non mangiano e non fanno l’amore, contravvenendo agli unici due ordini che ha dato Dio. Ora, quando li rincontrerà nel Giudizio Universale, s’incazzerà un po’: “Frati, preti, suore, venite qua un secondo. Scusate, io avevo detto “crescete e moltiplicatevi”. E voi digiuno e castità! Ma forse non avete capito! Ma dovevo dire proprio “mangiate e trombate”? Io non volevo scrivere parolacce nella Bibbia ma… levati codesta tonaca e dagli sotto, imbecille! (Roberto Benigni)        

(Citazione tratta da http://citando.splinder.com/tag/dio, il cui concetto di base si ritrova fedelmente nell’articolo di Katia Marino, scritto all’indomani della performance reggina di Benigni del Novembre 2006 [3]). Che sia pure questo uno stralcio di un corso di teologia tenuto da Monsignor Benigni? Dal linguaggio attribuito a Dio potrebbe anche essere… Lo chiediamo al Cardinale? Del quale vorremmo un parere anche sul Giudizio Universale di Benigni, in cui Dio divide i “giudicandi” e giudica, cantando, Berlusconi, a suon di urla e di parolacce Giudizio universale: il documento è tratto da       

http://dailymotion.alice.it/video/x1gm6t_benigni-giudizio-universale_fun.       

Ma gli esempi di “pensiero ortodosso” e di rispetto per il Dio dei Cristiani sono innumerevoli nella carriera di Benigni e ci permettiamo di ricordarne qualcuno.       

Da Tuttobenigni 1980: prologo a Cioni Mario di fu Gaspare e Giulia, Roma, Teatrotenda       

“…Perché la vera rovina oggi sono i preti… La vera rovina è il prete! [ride] Eh? …mi piace… Ché col prete non godi mai, ti mandano all’inferno sempre. Fanno i Comandamenti a favore suo… (Bell’Italiano! A favore loro, se mai; n.d.a.). Agnelli come fa a andà all’Inferno? “Onora il padre e la madre”, per forza, con tutti i soldi che gli hanno lasciato. “Santificare le feste”, en sempre tutti i giorni liberi. Dio bo’, “Non rubare” , è tutto suo icché ruba? “Non ammazzare”, ammazza uno, diminuisce la manodopera, ‘ndovai? Ci ha tutto a disposizione. Ti mandano all’Inferno, fa all’amore i’ppopolo, non puoi, loro si sposano, fanno all’amore con chi gli pare. Fai all’amore quando sei piccino, all’amore…, fai all’amore da solo, insomma, peccato mortale… Pùm! Inferno vent’anni… Più grande, con una donna che non sei sposato, non c’è il sacramento, Inferno un’altra volta. Fai all’amore con la tu’ moglie, non vuoi un figlio, hai sciupato il seme, stai attento, Pùm! Inferno… Allora, si può fare all’amore solo con la moglie solo quando si vuole un figlio?! Due si sposano, dice “Quanti figli vogliamo? Due! Bene! Si fa all’amore una volta a vent’anni una volta a quaranta… eh, si va per la bisogna, chi s’è visto s’è visto!” Perché loro lo fanno all’amore, sai! Sai chi… questi… co’ il Potere, sono proprio de… questi politici, i preti sono maialoni proprio, sono maialoni, proprio delle bestie. Omini… rospi… cavalli… tutto pigliano! Fanno all’amore, Madonna, continuamente fanno all’amore”.       

http://www.tuttobenigni.it/special/prologoacionimario.asp       

 “Una serie di battute su Dio, tre bestemmie usate come intercalare toscano, la replica dell’esegesi in chiave toscana del XXXIII canto dell’Inferno, dedicato al Conte Ugolino. Così Roberto Benigni ha ‘ringraziato’ la commissione di laurea dell’Università di Firenze che oggi, alla presenza del rettore Augusto Marinelli, gli ha conferito la laurea honoris causa in filologia” (28.06.2007).       

http://www.intoscana.it/intoscana/vivere_in_toscana.jsp?id_categoria=18&id_sottocategoria=89&id=104607&language=it       

 “…te tu bestemmi e i’ diavolo gode, bestemmio io e dio s’incazza. Te sotto terra e i’ diavolo ragiona, e io sotto i’ ponte e dio zitto. Silenzio. Silenzio no n, dio non non discute. Te all’inferno co co’ i’ caldo de’ diavolo e io co’ i’ freddo de’ dio. Ora, paradiso uno uno sta tutta la vita tutta la vita senza tirassi seghe pe pe andare in paradiso, poi tu mori tu ci vai, dice oh ora mi potrò fare du du’ o tre seghe in pace, son morto dalla voglia, arriva iddio magari dice alt! vietato! seghe ci si tirano all’inferno! No allora scusa allora, allora ho sbagliato, no io volevo, son venuto qui pe’… sbagliato, son morto. Dalla mamma, bada qui me mi tiro, ora mi tiro 700 seghe, prima di morire poi vo all’inferno gli dico a i’ diavolo, guarda ier sera prima di morire mi tirai 700 seghe. Dice bravo, pe’ premio ti fo un pompino, godi. tzè, e’ gode” (1977).       

http://albums.photoonweb.com/berlinguer/Berlinguer%20TVB.pdf       

“…più lontano vai e più mito sei… Silvio, ti propongo di diventare un mito, ha’ capito? Come Dio… ‘n si vede mai, oh! Quello è un mito: più divino di così…” (Sanremo, 17 Febbraio 2009; Un mito come Dio).   

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Come abbiamo già avuto modo di dire, dopo la prima serata, quella esecrabile del 29 Novembre 2007, alla quale  siamo stati costretti dall’onestà intellettuale, non abbiamo più seguito Benigni: ci sono mille modi migliori di impiegare il tempo! Tuttavia non potevamo non procurarci una registrazione della puntata del 6 dicembre 2007 dopo aver letto gli encomi del Cardinale Bertone.       

Non abbiamo intenzione di ripetere l’analisi condotta per il V Canto, ma dobbiamo dire che siamo rimasti davvero sconcertati nel sentire le “spiegazioni” di Benigni, che ci sono sembrate tutto (si fa per dire) meno che teologiche! La teologia è quella di Dante: chi semplicemente ne parla, come il comico toscano, può essere al massimo un ripetitore. A noi è parso di ascoltare, come al solito, un “deformatore”. Basterebbe soffermarsi sull’interpretazione dell’“antitesi”, come la definisce il Professor Benigni, termine fisso d’etterno consiglio, che “comicamente” viene così commentata: una cosa eterna non può terminare! Termine fisso       

 “Termine di una cosa eterna: una cosa eterna non può terminare, no? Anche qui c’è un’antitesi…”.       

In che modo può esserci antitesi fra l’eternità e un suo momento? tra il “consiglio” divino, la decisione di Dio, e il termine (che non è la fine, o il margine, o il limite!), in quanto “oggetto dell’operazione”, [4] e/o in quanto punto di arrivo della volontà eterna? Se Dante avesse predicato di Dio, di Dio, ripetiamo, eternità e termine, attribuendo a quest’ultima parola il senso di “conclusione”, allora avremmo potuto parlare di “incompatibilità” fra l’eterno e il limite, poetica, filosofica, teologica; ma Dante dice proprio altro. Prima asserzione falsa, dunque, soprattutto teologicamente, sfuggita anche al Cardinale (per “carità” cristiana?).       

La superficialità, spesso figlia della cultura approssimativa, può condurre ad equivoci grossolani. Il contesto in cui ci si muove all’interno del XXXIII Canto del Paradiso è veramente di “alta Teologia”; ma la Teologia, come accade in ogni specifico settore dell’umana ricerca, fonda la sua specificità sul proprio caratteristico linguaggio (gergo), per cui le parole, per loro natura “relative”, si rivestono di una semantica nuova e peculiare. Abbiamo già rilevato che una lingua è polisemica: figuriamoci se la parola termine sia portatrice del solo significato che Benigni considera (o conosce)! I termini di una questione da trattare non saranno mica le “conclusioni” della questione medesima!? Potranno essere condizioni, o elementi convenuti, o altro di simile; e i termini di un’addizione saranno gli addendi, i termini di una frazione il numeratore e il denominatore. Un semplice (si fa per dire) dizionario di filosofia chiarisce in modo lampante quanto andiamo dicendo. Per curiosità “apriamo” il Dizionario della Storia della Filosofia di Nicola Abbagnano, nell’edizione aggiornata ed ampliata da Giovanni Fornero (Gruppo Editoriale L’Espresso, 2006) alla voce termine:         

TERMINE        

(gr. Òros; lat. Terminus; ingl. Term; franc. Terme; ted. Terminus). I signi­ficati principali sono i seguenti:       

1° un segno linguistico o un insieme di segni. Questo è il significato che da vicino interessa la filosofia;       

2° qualsiasi oggetto o cosa cui un di­scorso si riferisca. In tal senso è sinoni­mo appunto di oggetto o di cosa;       

3° i confini di un’estensione, per es., il T. di una linea o di una superficie;       

il punto d’arrivo di un’attività o il risultato di un’operazione. In que­sto senso, ad es., il T. della volontà è I’azione o dell’intelletto la conoscenza;       

5° il punto di partenza o il punto d’arrivo di un movimento. E in tal sen­so si parla di terminus a quo e di ter­minus ad quem.       

Nel primo significato, che interes­sa la logica, si possono distinguere i seguenti significati subordinati:       

a) gli elementi che entrano a com­porre le premesse del sillogismo cate­gorico cioè il soggetto e il predicato;       

b) tutti i componenti semplici che entrano nelle proposizioni. In questo senso sono T. non solo il soggetto e il predicato ma anche le preposizio­ni, le congiunzioni ecc., cioè i corn­ponenti sincategorematici. Non sono T. invece le proposizioni per­ché non sono semplici;       

c) tutti i componenti delle proposi­zioni sia semplici che complessi. In questo senso generalissimo sono T. non solo il soggetto, il predicato, il ver­bo e i componenti sincategorematici, ma anche le proposizioni in quanto possono entrare a far parte di altre pro­posizioni, come quando si dice «Socra­te è uomo, è una proposizione».       

II significato a) è quello definito da Aristotele (An. Pr., I, 1, 24 b 16) e che è rimasto a lungo anche nella logica medievale (cfr. Pietro Ispano, Summ. Log., 4.01). Gli altri significati sono stati ammessi dalla logica terministi­ca del sec. XIV e si possono leggere in Ockham (Summa Log., I, 2).       

Data questa diversità del significato della parola, le divisioni del concetto sono state numerose e diverse. Quella che i logici terministi considerano come fon­damentale è la divisione tra T. scritto, T. parlato, e T. pensato, corrispondenti alle tre specie di proposizioni distinte da Boezio. Essi distinsero inoltre i T. ca­tegorematici e sincategorematici; concretiee astratti (v. Astrattiva, Co­noscenza); connotativi e assoluti (v. Connotazione); univoci ed equivoci (v. Univoco) (cfr., su queste divisioni, Ockham, Summa Logicae, I, 3 sgg.).       

Nella logica moderna la parola è assunta nel significato più esteso, cioè nel senso c) (cfr. Church, Introduction to Mathematical Logic, n. 4). Nella matematica, è assunta in un analogo significato, intendendosi per T. qualsiasi componente, semplice o complesso, di un’espressione. [N. A.]       

Dopo quanto detto e letto l’affermazione da cui siamo partiti, quella di Benigni sul termine fisso d’etterno consiglio, suona proprio ridicola:       

“Termine di una cosa eterna: una cosa eterna non può terminare, no?…”.       

Proseguiamo:       

tu se’ colei che l’umana natura
nobilitasti sì, che ‘l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.
       

 “Colui che si, che ti fece, ebbe voglia di farsi fare da tte: eri talmente bella quando t’ha ffatto (questo è un concetto di una bellezza che si può svenire)…”, commenta chi ormai da diverso tempo “si è fatto la fama di massimo esegeta e divulgatore della Commedia dantesca”. [5]  Fattore fattura       

Dunque: Dio “fa” la Madonna, e la trova talmente bella che decide “di farsi fare” da lei. A parte le infelici espressioni usate, che in bocca a Benigni hanno sempre qualcosa di sospetto, noi credevamo (ci rivolgiamo anche all’Eminenza) che Dio, ab aeterno (non dopo “aver visto” la Madonna, tanto bella che decide “di farsi fare” da lei!), stabilisce (usiamo volutamente il presente, e solo il presente, nell’eterna dimensione divina, senza temporalità) che Maria è “il termine” del suo disegno  e che il Figlio si incarna in Maria, nient’altro. Si consideri che Dante cambia l’iniziale seconda persona (tuo) in terza persona (suo, sua)  riferendo gli aggettivi possessivi all’umanità intera (l’umana natura), volendo precisare che Gesù è il Figlio dell’Uomo attraverso la carne di Maria e che dunque Maria è il tramite ab aeterno del progetto divino: la creatura umana eccellente e nobilitante (l’umana natura / nobilitasti) che Dio sceglie perché la sua “paternità” (fattore, creatore dell’uomo) possa misteriosamente diventare “figliolanza” (fattura, figlio dell’uomo). Nel Vangelo Gesù non parla mai di sé come figlio di Maria, ma sempre come “Figlio dell’Uomo” (nei quattro Evangeli l’espressione è presente più di ottanta volte); a sua madre si rivolge chiamandola “donna” (non più di due volte, ci pare). Non solo: in una circostanza, a chi richiama la sua attenzione per l’arrivo di sua madre e dei suoi fratelli, risponde che sua madre e suoi fratelli sono tutti gli uomini che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica:       

  1. Ed egli, rispondendo a chi lo informava, disse: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”. Poi stendendo la mano verso i suoi discepoli disse: “Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli; perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre” (Matteo, 12.48-50);
  2. …gli dissero: “Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano”. Ma egli rispose loro: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”. Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre” (Marco, 3.32-25);
  3. Gli fu annunziato: “Tua madre e i tuoi fratelli sono qui fuori e desiderano vederti”. Ma egli rispose: “Mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica” (Luca, 8.19);

        

  1. (Nozze di Cana) – “Gesù rispose (a Maria): Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora” (Giovanni, 2.4);
  2. Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco il tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco la tua madre!”. E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa (Giovanni, 19.26,27).

Ribadiamo dunque il senso dell’espressione dantesca: il Fattore dell’umanità volle dell’umanità farsi fattura, incarnandosi nella più nobile delle creature umane, per etterno consiglio, per decisione ab aeterno.        

Codesta analisi non intende sminuire il ruolo di Maria, ma inquadrarlo nel modo più corretto, confutando le sciocche facilonerie, il benignesco “concetto di una bellezza che si può svenire”: Colui che si, che ti fece, ebbe voglia di farsi fare da tte: eri talmente bella quando t’ha ffatto… Quelle del comico sono proprio arbitrarie e offensive banalizzazioni, non proprio alta teologia. È un’opinione: la nostra.       

Soffermiamoci ora su un’esegesi ancora più gratuita.       

Nel ventre tuo si raccese l’amore,
per lo cui caldo ne l’etterna pace
così è germinato questo fiore.
       

 “La parola ventre è spettacolare, perché dà il senso di una donna vera…” (et benedictus fructus ventrise benedetto il frutto del ventre tuo Gesù; e ancora: e mostraci dopo questo esilio Gesù, il frutto benedetto del ventre tuo. O clemente, o pia, o dolce Vergine Maria. Dov’è la spettacolarità creata da Dante?) Nel ventre tuo. Segue una digressione in cui Benigni racconta che un santo giura di aver visto, impresse sul legno della grotta di Nazareth, le impronte delle unghie di Maria, segno ancora vivo della sofferenza del parto: “È una cosa meravigliosa, è come la Sacra Sindone”… Soliti accostamenti da spettacolo! Come possono essere paragonati dei “naturali” graffi sul legno alla miracolosa impressione sul lino nel quale sarebbe stato avvolto il corpo di Cristo prima della deposizione? Quanta confusione… Unghie della Madonna. Ma non siamo ancora arrivati all’esegesi cui ci riferivamo.       

Nel ventre tuo si raccese l’amore,
per lo cui caldo ne l’etterna pace
così è germinato questo fiore.
       

“Ora volevo dire… ecco… (dà uno sguardo alle note?) e, e, a… lei ha, ha fatto Gesù, quindi ha ha fatto la bellezza del mondo, tutta la beatitudine, non solo c’è il, sentite i versi però…       

(si avvicina al leggio… a nostro avviso non ricorda bene il significato dei versi e allora si produce in una ridicola asserzione, attraverso la quale non si capisce se voglia togliere alla poesia la forza del contenuto…):       

“Tutte le spiegazioni sono proprio delle sciocchezze in confronto alla grandissima poesia dei versi… [6] ee, noi siamo qui per quello, [7] non per i significati, che sono… ma soprattutto per la bellezza della poesia. [8] Sentite quello che esprime… [9] In più fa la rima fiore-amore, che è la più difficile del mondo, [10] la più antica e la più difficile da ffare del mondo…” Spiegazioni sciocchezze.       

(Un’osservazione da principiante in luogo della “spiegazione-sciocchezza”; intanto ha avuto modo di pensare e di sbirciare qualche nota?…).       

 “Allora…  qui se’ a noi meridiana face…”…       

No, proprio non ha ricordato: ha saltato la spiegazione della terzina Nel ventre tuo… Ma noi “peschiamo” un’altra serata Rai (23.12.2002), per dimostrare le qualità esegetiche del grande teologo.       

Nel ventre tuo si raccese l’amore,
per lo cui caldo ne l’etterna pace
così è germinato questo fiore.
       

Ora dicono che questo fiore vuol di’ la Chiesa eccetera: io penso sia Cristo, che mi piace di più pensare ch’è Gesù ch’è nato dentro, no? Però dice ne, nel ve, è propio, si sente che c’è propio, un, un, un corpo, bu, sce, è prop una donna come noi, nel ventre si racces, per lo cui caldo, ne… pensa, essere nel ventre d’una donna al caldo eterno! [11] Ma è una cosa spettacolà, come ci fa ssentire d’esse ddentro, e ‘n più fa la rima fiore-amore, la più antica e difficile del mondo… [12] falla te una rima fiore-amore, va’ ffalla, uno dice “va be’, ho capito va”… il cuore col dolore, il fiore coll’amore, qui è una cosa spettacolare Nel ventre tuo 1.       

La teologia diviene sempre più alta… ma qualcuno ci spieghi dov’è il grande teologo!       

Posto che l’etterna pace non può essere che il Paradiso, questo fiore, “germinato” nel Paradiso, non può essere Gesù, che invece è colui per il quale si raccese l’amore nel ventre di Maria, amore ardente, caldo, che attraverso il sacrificio della Croce ha portato alla salvezza le anime della “candida rosa” dei Beati, questo fiore, appunto.       

Così e questo ci sembrano le parole chiave per non cadere in equivoci: “così” allude certamente a quanto è sotto gli occhi dell’orante e dell’Alighieri (nel modo che vediamo, nel modo che puoi ben vedere); “questo” è il dimostrativo della prossimità soprattutto rispetto al parlante: “questo fiore”, il fiore della candida rosa. Non vediamo in che modo “questo” possa essere riferito a Gesù, né in che maniera si potrebbe giustificare il “così” qualora Dante non si riferisca alla rosa dei Beati.       

Il travisamento che di questa terzina fa “il grande teologo” ha veramente poco decoro. Pensate: per Benigni l’etterna pace, anziché essere il Paradiso, diventa l’eterno permanere nel caldo ventre di una donna, meglio, rimanere nel ventre di una donna al caldo eterno (“caldo” che per l’Alighieri è, per di più, l’ardore dell’amore). Semplicemente inqualificabile!       

Che cosa capisce di Dante chi ascolta Benigni?…       

–  FAVOLOSO, DA PREMIO NOBEL ! Su quale sito é possibile rivedere lo spettacolo? [*]        

Questo capisce…       

E non abbiamo concluso:       

“Qui sse’ a nnoi meridiana fasce, fiaccola meridiana, qui, dove siamo noi, in Paradiso, sei la fiaccola meridiana, di mel, un, una lusce meravigliosa, di caritate, di carità, che poi è la pietà, è l’amore, che l’ha pportato Cristo, prima di Cristo non c’era la carità e la pietà: questo è bbene sapello, eh, l’ha ‘nventata lui. C’era uno alla strada: ppù, gli si sputava così, e tutti discevano: “Bravo!”: dopo Cristo, no, ha ddetto: “Nun va bbene ‘sta cosa qui”, è, è una cosa non da nniente, eh, io vorrei sottolineare ‘sta cosa qua (arrivano gli applausi, cercati con evidenza)… Ecco… Ora dico…eh… di ca… Qui sse’ a nnoi meridiana fasce…”. Tralasciamo. Meridiana face       

In altro passo del saggio abbiamo rilevato che cosa Benigni intenda per pietà, per amore e per “termini” simili: qui certamente la sua spiegazione dei concetti è profondamente riduttiva. Ad esempio: la caritate di cui Dante parla, e della quale Maria è luce meridiana (quella del sole di mezzogiorno), è l’amor erga deum, che di conseguenza è amor erga proximum – non vorremmo mettere in difficoltà la cultura di Benigni con il Latino -, concetto, peraltro, che l’Antico Testamento annuncia con chiarezza, negando che prima di Cristo si potesse sputare impunemente in faccia a qualcuno “alla strada”: «Ama il prossimo tuo come te stesso» (Lev, 19,18).       

E passiamo all’ultima osservazione, per non dilungarci sul Canto XXXIII.       

“…Poi iie disce (San Bernardo alla Vergine):       

La tua benignità… niente di personale, pe’ ccarità… (inevitabili applausi e risate…[13]
La tua benignità
non pur soccorre       

a chi domanda, ma molte fïate, fïate vuol dire volte, molte volte,
liberamente al dimandar precorre.
       

Qui… arriva prima, qualche volta non c’è neanche bbisogno di chiedergli niente: ce l’ha ddato prima e noi non ce ne siamo neanche accorti… O ammeno una volta al giorno bisognerebbe dire: “Grazzie, Maria”, nun si sa pperché, però… qualcosa sce l’ha ddata. Questo intende dire Dante… bisognerebbe dirglielo”. La tua benignità       

Nun si sa pperché… Parole buttate là, senza stile, che vogliono dire “anche quando non c’è una ragione evidente, dobbiamo sempre ringraziare la Madonna”. Per la grammatica facciamo notare che “qualcosa” è maschile, quindi è scorretta la concordanza del participio passato “data”, posposto al pronome indefinito. Del resto chi coniuga l’imperfetto della terza coniugazione con la “e” può permettersi tutto (venevamovenevamo come se dicessimo sentevamo, o capevamo: io venevo, tu venevi, egli veneva, noi venevamo… non c’è che dire!). Riascoltiamo meglio venevamo 2.       

Vogliamo ora dare un’idea di come si possa portare acqua al proprio mulino e in che modo, con affinamenti e correzioni, si possa proporre il Benigni del 23 Dicembre 2002 (siccome ripete sempre le stesse cose una data vale l’altra) per dimostrare la tesi che non soltanto egli è un benemerito della cultura, ma che fa addirittura una grande opera di divulgazione religiosa. Riportiamo quindi la “trascrizione” degli stessi passi appena analizzati, edulcorata da La Civiltà Cattolica 2003, I, 243-252, quaderno 3663:       

«San Bernardo ci prova e comincia così: “Vergine Madre, figlia del tuo figlio…”. È un verso famosissimo. Lo abbiamo sentito tante volte ma, ogni volta che lo si risente, si rimane a bocca aperta per lo stupore. [14] Ogni termine è il contrario dell’altro… Il mistero della Trinità è di una bellezza sconvolgente. Un bambino lo capisce subito. È uno, ma sono tre: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Poi c’è la Madonna che è figlia del Padre, madre del Figlio e sposa dello Spirito Santo… Ricordo che quando ero piccolo e andavo al catechismo avevo queste cose chiare nella mente. Mi pareva la cosa più naturale di questo mondo. Poi sono cresciuto, ho cominciato a ragionare e… non capivo più nulla. Da bambino però avevo capito tutto. Umile e alta più che creatura. La più bassa e la più alta. Termine fisso d’etterno consiglio. Il punto di arrivo della storia dell’umanità. Il termine al quale dobbiamo guardare per ricordarci chi siamo e dove andiamo. Il consiglio di Dio ha stabilito che da questa donna in poi comincia una nuova era».       

Rivolto alla Vergine, Bernardo dice: «Tu se’ colei che l’umana natura / nobilitasti sì, che’l suo fattore / non disdegnò di farsi sua fattura». Benigni commenta alla sua maniera: [15] «È come se io facessi una cosa e poi dicessi: “È talmente bella, mi piace così tanto che mi faccio fare da lei”. Ma quanto gli piaceva a Dio questa donna! Pensa cosa ci doveva essere negli occhi di Maria! Nel ventre tuo si raccese l’amore, / per lo cui caldo ne l’etterna pace / così è germinato questo fiore. I commentatori dicono che questo fiore è la Chiesa. A me piace piuttosto pensare che sia Cristo, fiore sbocciato nel grembo caldo di Maria. [16] Qui se’ a noi meridiana face / di caritate… Qui dove siamo noi, in Paradiso, sei sole dardeggiante di carità, che è poi la pietà e l’amore che Cristo ha portato sulla terra, perché prima di Cristo non c’era sulla terra né la carità, né la pietà. Questo è bene saperlo…».   

http://www.laciviltacattolica.it/quaderni/2003/3663/Articolo%20Fantuzzi.html      

Amato Maria Bernabei   

N.B.  

La presente analisi è tratta dal saggio inedito “O Dante O Benigni” di Amato Maria Bernabei.  

   


   

[1] Non si sa più come e dove dilaghi la trascuratezza: possibile che le citazioni debbano essere così irriguardose rispetto alle fonti? Vergine Madre, figlia del tuo figlio, scrive Dante.       

[2] Se lo dice il Cardinal Bertone… Speriamo che la Divina Commedia, almeno lui, se la ricordi bene.       

[3] «È stato l’amore per una donna, l’amore per Beatrice a dare vita e forma alla Divina Commedia. Una donna, dunque, “la rugiada dell’Altissimo”, senza il cui sguardo nessuna cosa grande è stata mai creata; lei che, nata dalla costola di Adamo, ha il grande dono della procreazione. Benigni ha ironizzato, a questo proposito, dicendo che i dieci comandamenti consegnatici da Dio sono più che sufficienti per vivere bene ed essere felici, ma Dio, in realtà, ancor prima ne aveva donati all’uomo, affinché li sottoponesse alla sua comprensione, altri due, molto semplici: “crescete e moltiplicatevi”, ovvero, ha chiarito Benigni, “mangiate e fate all’amore”. E che dire allora di certi ordini religiosi che rispettano rigidamente due regole, il digiuno e la castità? Queste persone, si è interrogato giustamente il comico, quando moriranno e si presenteranno al cospetto di Dio, Lui cosa dovrà dirgli: “mi sa che non ci siamo capiti bene?”».       

http://pietrediscarto.wordpress.com/2006/11/27/roberto-benigni-e-tutto-dante/       

[4] San Tommaso, Summa Theologica, I, 25 (cfr. nota 170 [sl], sezione 5).       

[5] http://spiritualseeds.wordpress.com/2008/10/21/il-canto-delle-anime-sermonti-legge-dante-stasera-a-lugano/       

[6] E “la poesia dei versi” in che cosa consisterebbe? in suoni senza significato?       

[7] Allora perché spieghi? Leggi e basta, o recita e basta!       

[8] In conclusione abbiamo imparato che la bellezza della poesia prescinde dal significato! Da domani cominceremo ad accostare sillabe senza senso, purché suonino bene, a scrivere soltanto con lo stile del… grammelot!       

[9] Come facciamo a “sentire quello che esprime” la poesia tralasciando quello che significa? Esprimere senza senso è possibile? Per il Professore evidentemente sì. Eppure uno dei sinonimi di esprimere è… SIGNIFICARE.       

[10] Ecco le cose importanti da dire: per uno come Benigni, che fa rimare “shocke” con albicocche, è evidente che fiore-amore è rima difficile (M’han detto che era morto, ebbi uno shocke / Come se fossen morte le albicocche: “versacci” di “Roberto Alighieri” per commemorare Fellini). Tutte le rime sono difficili quando il pensiero è banale e la maestria manca: il vero artista non può avere queste difficoltà. Il linguaggio della poesia permette al “poeta” lo scarto che accende, vivifica, rinnova, sicché qualunque parola può rigenerarsi, come mai udita.       

[11] Ma quando mai Dante ha detto questo? Che cosa vuol dire Benigni? Che cosa inventa?       

[12] Abbiamo cambiato serata, ma come si può notare i “ritornelli” sono sempre gli stessi…       

[13] Difficile che salti questo “ritornello”, dopo il quale, se gli applausi non arrivano subito, Benigni aspetta, fino a sentirli.       

[14] Quando mai Benigni si è espresso così: “a bocca aperta per lo stupore”…! Omnia munda mundis, o trasformazione tendenziosa delle volgarità? Benigni disse quella sera: “Vergine Madre…, eeh? Già qui, eh… ‘sto verso va, uno si ferma, s’ignuda e dice fammi quello che vuoi, io… son qui a disposizione tua, eh… è una cosa…”: un bell’accostamento tra la verginità di Maria e la scurrilità benignesca. Vergine Madre       

[15] Che vuol dire “alla sua maniera”? Cerchiamo di essere più chiari e meno tolleranti.       

[16] Si rileggano il passo fedelmente trascritto da noi e il nostro relativo commento.

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