L’ITANGLIANO: anglofilia, snobfilia o stupidofilia?

itangliano

«“Un must have irrinunciabile questa jacket in pelle glitter per la manager che è anche baby-sitter, partner, girlfriend. Booking on line sul site www.trendy-jacket.it”. Ma non si fa prima a scrivere: “Strepitosa giacca in pelle con brillantini adatta a tutte le occasioni, per la mamma che lavora e per il tempo libero”? O non è abbastanza up-to-date?» Evelina Dietmann.

«In una comunicazione “esplicativa” della mia banca sulla situazione dei miei investimenti leggo: “Il deleveraging successivo allo scoppio della crisi ha portato alla riduzione delle posizioni speculative…”. Una volta erano gli istruiti che, per non farsi capire, parlavano in latino ai “grulli”… » Roberto Di Felice.

_______________________________

La contaminazione idiomatica è sempre stata la naturale conseguenza degli incontri, dei rapporti, degli scambi fra popoli che parlano lingue diverse. Specialmente oggi, sul palcoscenico della globalizzazione, dove le interrelazioni sono fitte e quotidiane e viaggiano con la velocità degli elettroni, collegando gli angoli più remoti del pianeta, non è possibile sottrarsi a un fenomeno del genere.

«Tutte le lingue si sono sempre arricchite di voci straniere; ma fino a poco tempo fa i forestierismi venivano giustamente assorbiti dalla lingua che, nel riceverli, li faceva suoi subordinandoli al proprio sistema fonetico. Oggi, invece, dilagano gli xenismi crudi, non adattati, che fanno sorgere due difficoltà per il parlante medio: l’incertezza sulla grafia e quella, ancor più importante, sulla pronuncia» (Marco Grosso e Paolo Matteucci Società dei Cruscanti).

Io aggiungerei una terza difficoltà, frutto dell’accoglimento troppo rapido e indiscriminato dei barbarismi, specialmente degli anglicismi, di tipo strettamente semantico, che attiene dunque alla possibilità di comprensione.

Il problema è comunque nell’indistinta introduzione di parole anglosassoni, dettata spesso anche da un sentimento di inferiorità, di soggezione soprattutto nei confronti della cultura americana, per cui l’oggetto denominato con una parola inglese dovrebbe acquisire maggiore dignità e prestigio. C’è tuttavia anche la becera ostentazione mossa dalla convinzione infondata di impressionare, se non di soggiogare, attraverso forme di “conoscenza”, magari presunte, agli altri non accessibili, che confina con la vanagloria del sopravvento tramite un “latinorum” di manzoniana memoria, sempre utile per tenere a distanza “chi non è in grado di capire”, e da questa sua impotenza si sente umiliato, azzittito, sottomesso.

Esibire, far colpo, essere alla moda, prevaricare, insignire: tutte funzioni che, più o meno a torto, vengono attribuite in particolar modo a termini ed espressioni anglofoni. Inutile giustificare, come fa qualcuno, questo ricorso smodato agli anglicismi, con l’esigenza sempre più diffusa di una lingua universale: si conosca bene prima di tutto il proprio idioma e si studi, in relazione a quella esigenza, la parlata Inglese per la comunicazione cosmopolitica. Diversamente si cominci anche a prendere in considerazione l’opportunità di cambiare razza per istanze di integrazione…

Basterebbe un minimo di buon senso per alzare un argine che eviti quanto meno la stupidità.

La politica, si sa, aspira segretamente a non essere capita, perché la giusta chiarezza la tradirebbe, nonostante non faccia che rincorrere, almeno apparentemente, e magnificare la trasparenza. Non a caso, da consigliere comunale di opposizione, mi capitò di obiettare che le azioni degli amministratori erano talmente trasparenti che ormai… non si vedevano più! La politica vive per sua natura di ambiguità, per potersi schermare dietro tutto e dietro il contrario di tutto, ma deve anche rivestire di rispettabilità le sue indegne imprese: non ci sorprende perciò la scelta (fuori luogo per i buongustai della lingua) di un lessico insieme nobilitante e fuorviante, in cui sempre più numerose sono le presenze forestiere: question time, una volta in modo più nostrano “interrogazioni” parlamentari; welfare, parola per molti astrusa, che dà però un abito pomposo alle cattive “politiche sociali”; convention, che vorrebbe forse fare del tradizionale congresso un convegno di rango più elevato o un’assemblea di democraticità americanizzata, soprattutto in un’adeguata location; bipartisan (non sarebbe tanto più elegante e appropriato al sistema italiano “bilaterale”, o anche l’uso dell’aggettivo “condiviso” riferito a due forze specificate?) che sembra più il nome di uno Stato che una trasversalità, una confluenza di vedute o un accordo fra due parti su una tematica particolare…; election day per conferire non si sa quale peculiarità a ciò che potrebbe semplicemente essere la data di un “accorpamento elettorale”;  leadership per dare alla posizione di preminenza o alla guida un tocco di più evidente superiorità; premier, perché la pura denominazione di Presidente del Consiglio svaluterebbe il ruolo… e così via.

Lasciamo perdere il gergo del “business“, del settore della finanza, dove la terminologia è ormai così imbevuta di stile nordamericano da avere del patologico: sfido qualunque non addetto ai lavori a capire qualcosa di questo gergo da adepti, fatto di fund, asset, rating, retail, budget, venture capital, management, spread, private equity, capital gain, e chi più ne ha più ne metta, tanto da compilare un intero dizionario.

Altrettanto corrotti sono i linguaggi del mondo della “musica” (basta ascoltare per qualche minuto un “disk jockey” per farsene un’idea) e della moda (si rilegga il paradossale esempio nel titolo di questa scheda).

L’elenco perverso non si limita ad ambiti gergali, perché la stessa lingua di ogni giorno è ormai farcita di ingredienti esterofili: briefing, mission, location, okay, privacy, shopping, meeting, authority, live action, mobbing, outlet, gay pride, fantasy, serial, e si continui a volontà.

Una domanda per tutte le altre possibili: ma perché la nostra cara libreria deve diventare un bookshop?

«A un tale uso, o abuso, dell’inglese […] non corrisponde però una adeguata conoscenza di questa o di altre lingue straniere. Secondo un’inchiesta Eurobarometro del 2005 (non credo che da allora le cose siano particolarmente migliorate) solo il 36 per cento degli italiani si dichiarava in grado di sostenere una conversazione in un idioma diverso da quello natio. La media europea è del 50 per cento: stiamo peggio della Germania e anche della Francia, allo stesso livello degli spagnoli e leggermente meglio degli inglesi: i quali però se lo possono permettere, visto che sono gli altri a parlare la loro lingua.

Tra le cause di questo fenomeno sono state indicate, nel corso degli anni, la cattiva qualità dell’insegnamento scolastico, il basso livello di istruzione generale, ed anche il fatto che da noi, a differenza di quanto avviene ad esempio in molti Paesi nordici, i film vengono doppiati invece che dati in lingua originale con i sottotitoli. Se il problema fosse solo questo, con l’avvento del dvd avremmo dovuto risolverlo…» (Luca Cifoni,

http://www.ilmessaggero.it/home_blog.php?blg=P&idb=466&idaut=14).

C’è chi sembra vederla con ottica diversa, che, come ho scritto, io non posso condividere, perché nulla vieta il rispetto della propria cultura aperto alla prospettiva di un arricchimento, piuttosto che arrendevole di fronte all’imbastardimento o al rischio dell’estinzione: nessuno mi impedisce cioè di conoscere alla perfezione l’Inglese (cosa certo preferibile alla stolta abitudine di scimmiottarne qualche voce) conservando integre le caratteristiche preziose del mio idioma. Cosa evidentemente non chiara o non accetta a chi scrive il parere che segue, rivolto a un utente della Rete ostile all’abuso dell’Inglese:

«…forse, fino a venti anni fa questa riflessione poteva avere un suo fondamento. Adesso, in piena globalizzazione, dopo che abbiamo scelto di stare in Europa e nel mercato libero, dove l’inglese è di fatto la lingua ufficiale e sicuramente la più diffusa; dopo che abbiamo ottenuto l’abbattimento delle frontiere politiche economiche e culturali con gli altri paesi e allacciato stretti rapporti con essi e con i loro popoli, credo che questo discorso non abbia più un senso. Mentre tu parli anacronisticamente di “provincialismo culturale… penoso… umiliante”… c’è tutto un mondo che va avanti attorno a noi e non è un mondo che parla italiano. Quindi, al contrario, sarebbe auspicabile cominciare seriamente a sforzarci di apprendere questa lingua, per non venire tagliati fuori. Non dimentichiamo che la stessa Internet (la parola però è maschile… ndc), che noi stessi stiamo usando, e ormai universalmente riconosciuta quale strumento principale per la circolazione delle idee e del libero pensiero, fonte comune di apprendimento della cultura e dell’informazione, parla inglese! Basta guardare la quantità di informazioni scritte in questa lingua e fare il semplice confronto con la nostra.

Purtroppo, ammettiamolo pure: le influenze della lingua anglosassone e le conseguenti e inevitabili contaminazioni linguistiche stanno lentamente uccidendo il nostro italiano che comunque, era già ferito e umiliato da ragioni interne, non ultima l’ignoranza. Aggiungi che la scuola è stata ridicolizzata e sminuita nel suo ruolo di istituzione fondamentale. Mettici pure che la stessa esistenza dell’Accademia della Crusca, custode della nostra lingua, è stata messa in forse dall’attuale amministrazione, per mere ragioni economiche, e questo ti darà l’esatta misura del futuro che ci aspetta ma, di sicuro, tutto questo non è, e non sarà colpa dell’inglese… men che meno dei titoli delle nostre foto».

http://www.micromosso.com/forum/viewtopic.php?p=42165

a cura di Amato Maria Bernabei

______________________________

VISITA IL SITO

______________________________

Lascia un commento