Comico scrittore o scrittore “comico”?

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Sempre più dilagante la presenza nelle librerie di firme di consumo che permettano al libro di essere consumato: più facile comprare un “volume” di Giorgio Faletti o di Carlo Verdone che uno scritto di Jean-Marie Gustave Le Clézio (chi sarà mai costui?). Da questo grave sintomo scaturisce l’allarme per una patologia della società che potrebbe divenire incurabile.

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“Mi dispiace… ma io sono io, e voi non siete un cazzo” (Il marchese del grillo, Monicelli 1981).

Non è questo l’assunto da cui partiamo quando alziamo la voce contro certe modalità perniciose legate al consumo dei prodotti prima che a un sano criterio di politica culturale (e non solo). Il fatto è che si ha l’impressione che proprio non ci si voglia rendere conto dell’irreversibile rotta verso cui precipita la dimensione culturale del nostro tempo e della nostra gente.

I libri non sono più libri perché un tempo erano scrigni di conoscenza, tappe di un percorso speculativo, e si rivolgevano ai privilegiati esploratori del sapere, mentre sono adesso nient’altro che l’ossessiva replica e la pubblicità del fatuo mondo dei prosceni televisivi e di piazza, l’impressione fotografica di una mitologia del nulla, il frutto di un disegno utilitaristico che soffoca il valore per la valuta.

L’Editoria è imprenditoria e non può prescindere dal fatturato, diranno i “ben pensanti”, nemmeno consapevoli del fatto che l’ignoranza dominante compromette in fondo anche il giro degli affari legati ai prodotti “culturali”.

Se la gente non legge e per costringerla a farlo bisogna condannare il libro ad essere la prosecuzione dei frivoli e inconsistenti spettacoli di intrattenimento, che tutto possono (si fa per dire), fuorché indurre pensiero, stimolare riflessione, educare al bello, arricchire la mente e l’anima, vuol dire che il sistema generale non è in grado di coltivare nella gente la disposizione al sapere, vuol dire che non esiste nessuna strategia pedagogica che orienti verso la crescita culturale, verso la maturazione del senso critico, verso l’aspirazione ad elevare lo spirito. I mezzi di comunicazione di massa ed il mercato non fanno che sospingere in modo perversamente seducente verso una letale sedentarietà dell’anima. Il problema è sempre lo stesso: non si può pretendere di parlare in turco ai Giapponesi. Parlare la stessa lingua dell’ignoranza trionfante, significa cullare l’ignoranza: la comprensione di una lingua diversa va insegnata. Il riscatto della qualità del libro e della quantità della distribuzione può concretizzarsi soltanto attraverso un’adeguata formazione, una lenta palestra che inverta preparazione, gusti e tendenze.

“L’omologazione dei messaggi veicolati dai testi in uscita ed il loro scarso contenuto culturale sono dovuti ad un forte controllo esercitato dalle lobby delle grandi case editrici, dei grandi distributori e dei più o meno asserviti critici. Il decennale ostracismo ideologico ed economico esercitato da queste lobby ha visto negli anni sparire dalle librerie ogni testo che vede espresso un concetto che sia politicamente, economicamente e socialmente “non corretto”, rimpiazzandoli (concordanza a senso?) con libri che sopiscono le coscienze, che non danno spunti ad una cultura differenziata, che non si vendono contro la logica materialista affermatasi nella nostra società.

Ma… cosa vuol dire “non corretto”? Chi decide cosa è corretto? È possibile che i must (leggi obblighi, imperativi; nda) di quest’epoca siano dei libri di ricette scritti da personaggi più o meno conosciuti? E dove sono i libri che scuotono l’animo, che nutrono lo spirito, che ripercorrono le nostre tradizioni letterarie? Dov’è l’editoria di qualità?

Ecco! L’editoria di qualità è relegata a ruoli marginali, con tirature limitate perché i loro (possessivo non proprio corretto…; nda) libri non sono omologabili alla logica di mercato ormai sposata dalle grandi case; perché gli (opinabile pronome… il volto dei tempi che corrono! nda) viene negato ogni minimo spazio nelle megalibrerie. Perché hanno una visibilità limitata in piccole librerie. Perché sono relegati in categorie librarie depistanti”.

[…] “Il futuro ci darà delle risposte, ma per noi alcune domande sono d’obbligo. Chi sostituirà il ruolo del vecchio libraio consigliere preferenziale dei lettori? Gli editori di qualità riusciranno ad emergere nell’”enorme contenitore” ed a veicolare stralci di cultura? Ma soprattutto:siamo sicuri che il popolo degli internauti, dei guardoni da salotto, dei chattatori folli sia realmente alla ricerca sul web di qualcosa che sproni la loro coscienza e nutra il loro spirito? Siamo sicuri che siano più interessati a scaricare testi che film pirata? La perdita del contatto amorevole e privilegiato con un libro materialmente da “coccolare” aiuterà il proliferare della necessità di sapere, di acculturarsi, di non omologarsi a dei concetti premasticati? O le farà definitivamente perdere nel mondialismo materialista che oggi ci attanaglia?

Alle, ormai poche, affamate menti l’ardua sentenza…” (La crisi dell’Editoria)

Intanto per uscire dalla crisi qualcuno propone di “offrire uno spazio all’editoria indipendente, di qualità, attraverso l’aggregazione di editori indipendenti e scrittori. Questi due attori dovrebbero unire le forze invece che continuare a lottare sul nulla come i capponi di Renzo. Trenta o quaranta anni fa i produttori di birra italiani si unirono in una campagna del tipo “Bevete più birra, bere birra ti fa campare cent’anni”. In quella fase non importava più il marchio, ma il risultato finale. Allo stesso modo bisognerebbe cominciare a reimmaginare campagne per la lettura, lavorando tutti insieme per riportare in alto la produzione di opere di qualità” (L’Editoria al tempo della crisi).

Noi conduciamo la nostra lotta e siamo aperti naturalmente a qualunque soluzione veramente concreta ed efficace.

Amato Maria Bernabei

Fonte: http://www.odanteobenigni.it/?p=636

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