Giuseppe Ungaretti: Soldati

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di Enzo Ramazzina

“La poesia “Soldati” di Giuseppe Ungaretti, emblematica nel panorama dell’Ermetismo, ha il pregio di sintetizzare, nella massima concentrazione concettuale e verbale, il ben più vasto orizzonte psicologico e lirico a cui s’ispira”.
I suoi quattro versi, verosimilmente scaturiti da un’improvvisa folgorazione, così si dipanano: 

        Si sta come
        d’autunno
        sugli alberi
        le foglie

 

         Chi legge questa lirica dal ritmo lento e franto, come quello scandito – se ci è permesso il paragone azzardato – sul sentiero rupestre dallo scarpone di un soldato affaticato, ricurvo sotto il peso dello zaino, è naturalmente incline a fare una pausa quasi im­per­cettibile al ter­mine d’o­gni riga, con sosta più marcata dopo la parola autunno.

         Non sappiamo se l’autore fosse consapevole dell’efficacia di tale espediente. Certo, egli avrebbe potuto collocare tutte le parole in fila, in senso oriz­zontale, strutturando un unico periodo ritmico di quattordici sillabe, ovvero un verso alessandrino (o martelliano), com­posto di due settenari, dotati ciascuno di accenti sulla seconda e sulla sesta sillaba e divisi dalla cesura, così:

         Si / stà  / co / me / d’au / tùn / no –  su / gli àl / be / ri / le / fò / glie 

        In tal caso, però, avrebbe ottenuto una frase dall’andatura ondìvaga, priva di mordente, per quanto molto eufonica, dato il susseguirsi di alcune consonanti dentali (t, d, n), con l’insistenza, tra l’altro, della s, detta anche sibilante, perché prodotta da un soffio prolungato contro i denti. Il nostro udito, inoltre, si sarebbe beato di ulteriori carezzevoli suoni a motivo della posizione intermedia, quasi strategica, della consonante linguale r (alberi), definita liquida o scorrevole per via della sua lunga vibra­zione, nonché a motivo del ripetuto diagramma gl, imme­dia­tamente seguito dalla vo­cale i (sugli, foglie). Un buon risultato sonoro, dunque, ma forse insufficiente a tra­smetterci quella forza allusiva che, a volte, fa di un testo poetico, per quanto semplice e lineare, un’autentica perla.        

        Sennonché Ungaretti ha avuto la felice intuizione di spezzare il suddetto periodo, rica­vandone quattro versi lapidari, di assai corto respiro, e precisamente: un quaternario (Si sta come), un ternario piano (d’autunno), un ternario sdrucciolo (sugli alberi) e un ternario piano (le foglie). I quali, come accennato più sopra, riescono a comunicare, con la loro essenzialità sintattica, significati profondi.

         Noterete che il primo verso è costituito dalla particella proclitica atona si,  conferente alla terza persona singolare dell’indicativo presente di stare valore impersonale (l’uso della forma impersonale contribuisce a creare un’atmosfera di fatalità e d’universa­lità, dato che il poeta si riferisce a tutti i soldati che sono in guerra e che combattono nelle trincee). Ma mentre, ad esempio, nella poesia “Ed è subito sera” di Quasimodo, la scelta del verbo stare (Ognuno sta solo sul cuor della terra), in luogo dell’ausiliare essere, indica che l’uomo, a causa della sua solitudine, è im­piantato in modo così radicale sulla terra da non potersi muovere, nella lirica di Ungaretti suggerisce l’idea di una staticità precaria, prov­visoria. Il verbo, infatti, in­troduce un suggestivo enjambement, con quell’avverbio che risulta sospeso alla fine del verso, proprio come una fronda autunnale in procinto di staccarsi dal ramo.

         Molto efficace anche la collocazione dell’ultima parola, posta quasi a suggello del componimento poetico. Sola e distaccata, è come un secondo titolo, se è vero che “foglie” corrisponde per analogia a “soldati”.

         Quanto, poi, al tema di fondo delle foglie che muoiono, nella tradizione della letteratura occidentale lo troviamo espresso, per la prima volta, in Omero, il quale, nel VI libro dell’Iliade, fa dire a Glauco: “Come la famiglia delle foglie, così è anche la stirpe degli uomini: il vento le fa cadere al suolo, disperdendole”. Quasi due secoli dopo, lo stesso motivo viene ripreso da Mimnermo, che scrive: “Noi, come le fronde che la primavera fa nascere, per pochissimo tempo godiamo dei fiori della giovinezza”.

         Nella poesia latina, invece, il binomio “foglie morte – fine della vita umana” ritorna in alcuni versi di Virgilio, quando, nel VI libro dell’Eneide, parla del severo traghettatore della palude stigia: “Una mol­titudine di gente accorreva al­l’A­cheronte: erano tante anime quante nei boschi, al primo freddo d’autunno, si staccano e cadono le foglie”. Analoghe immagini sono rievocate da Dante nel 3° canto dell’Inferno (episodio di Caronte), con le parole: “Come d’autunno si levan le foglie […] similemente il mal seme d’A­damo ecc.”. Caducità delle fronde e declino della vita, infine, ri­cor­rono nei versi del Poliziano, del Tasso e dell’Arnault (“Lungi dal proprio ramo, / po­vera foglia frale, / dove vai tu?”, trad. del Leopardi).

        Il “topos” letterario della foglia che, fragile, si stacca dal picciolo e cade a terra, è affrontato anche dal Carducci nelle Odi Barbare, quando esclama: “Oh qual caduta di foglie, gelida / continua, muta, greve, sull’anima!”; dal Pascoli nei Canti di Castelvecchio,  da Dino Campana, da Pietro Mastri e da molti altri poeti contemporanei. 

        Ma nella poesia di Ungaretti il senso è completamente diverso, rispetto alla tradizione, perché indica la precarietà della vita del soldato, più che della nostra esistenza in generale. La vita dei militari in guerra a Courton (luglio 1918) è le­gata, in effetti, ad una condizione d’estremo pericolo: essi possono cadere al primo colpo di gra­nata partita dalla trincea opposta, proprio come si staccano, in ottobre, le foglie dagli alberi al primo soffio di vento.

        Le parole del testo in questione non contano per se stesse, ma per le immagini che suggeriscono e, come dicevamo poc’anzi, per la forza allu­siva che producono. È inoltre importante il titolo di questa lirica, il quale ci spiega di cosa il poeta stia parlando: senza la denominazione “Soldati”, infatti, la poesia non avrebbe senso.

Enzo Ramazzina 

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