Giuseppe Verdi: Il Nabucco

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10 Ottobre 1813, 10 Ottobre 2013: nel secondo centenario della nascita di Giuseppe Verdi, uno dei più grandi compositori della Storia della Musica, riteniamo doveroso un omaggio al suo genio.

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Il 1840 è per il giovane Verdi un anno di profonda sofferenza esistenziale, anche se il racconto dello stesso compositore sembrerebbe “abilmente lumeggiato – come suggerisce Massimo Mila – in modo da far poi sorgere da questo abisso di mera disperazione la resurrezione col Nabucco”. Certo è che in meno di due anni Verdi perse i due figli e, nel giugno del 1840 appunto, la moglie Margherita Barezzi. Per cui, al di là di aneddotiche più o meno attendibili, è evidente che in quest’ultimo periodo il grande Maestro abbia risentito di una grave crisi, e non soltanto artistica. È altrettanto innegabile che la stesura del Nabucco sia la conseguenza di una serie composita di elementi che convergono verso una prima sintesi, che ancora non esprime appieno le caratteristiche del genio, ma che tuttavia lascia intravedere spiragli di un percorso nuovo, che, pure all’interno di un forte sentimento risorgimentale, si incammina verso una nuova storia del melodramma. L’apertura ad un protagonismo corale, simbolo e metafora di un ampio respiro di libertà, di acquisizione sociale, di redenzione, con gli inevitabili richiami al Mosè rossiniano, spostava i termini di riferimento, almeno in questo contesto, nelle istanze di un popolo che si faceva portavoce di un risveglio collettivo. Il soggetto di natura biblica non si pone soltanto come naturale esito di una lettura che in quegli anni il giovane Verdi prediligeva, ma contiene all’interno la volontà e la capacità di scrollarsi di dosso tematiche di un romanticismo lirico quantomeno da riconsiderare.

L’impianto corale, oltre a dilatare gli ambiti di una ricerca soggettiva in più oggettive dinamiche di pensiero, era funzionale ad una partecipazione consapevolmente determinata alle sollecitazioni appena citate. L’allegoria che gli italiani percepirono nella condizione degli ebrei sottomessi, rendeva particolarmente efficace l’effetto drammatico, fino a raggiungere l’apice nel celeberrimo Va’, pensiero, sull’ali dorate. Eppure il Nabucco non è soltanto questo. In un momento in cui il melodramma romantico italiano sembrava volgere verso un tramonto inevitabile, Verdi attuò una sorta di rivitalizzazione del genere attraverso l’elaborazione di elementi di novità, alcuni ancora allo stato embrionale, altri già abbastanza evidenti. I primi sintomi già nel linguaggio che confluisce in un equilibrio artistico unitario che raggiungerà esiti altissimi soltanto a partire dalla Trilogia. La linea melodica acquisiva consistenza rispetto alle prime esperienze soprattutto nella determinazione, nel preciso momento storico e artistico, di un sentire universale, dell’elaborazione della sofferenza di un popolo piuttosto che assecondare le angosce di banali passioni d’amore. Pur nel rumoreggiante intervento di un’orchestra ancora sedimentata nelle tracce inevitabili della pratica bandistica, si manifestavano, nell’impianto dell’opera, accorgimenti di sicuro effetto, come l’unisono dei cori inframezzato a più voci, di certo non originali ma sapientemente articolati.

L’incipit della Sinfonia, aggiunta all’ultimo momento più per sollecitazione del cognato che per convinzione personale, nonostante limiti strutturali e di orchestrazione, contiene già, al suo interno, germogli di una capacità descrittiva non comune, in cui scelte di carattere semantico, lessicale, sintattico determinano un insieme che coniuga sensibilità musicale ad aperture emotive che caratterizzeranno i futuri capolavori drammatici. Le timbriche ovattate degli ottoni, che sembrano giungere da lontane origini, aprono ad improvvisi sussulti d’orchestra, voci di un destino avverso, mentre il motivo del Va’ pensiero, annunciato dai legni, quasi un’eco di bucolici richiami, evoca nostalgie della terra perduta.

L’avvento del Nabucco non è frutto di casualità, di riflessi accidentali, di un copione che cadendo si schiude su versi di particolare impatto emotivo; piuttosto direi momento essenziale di una evoluzione che sedimenta nel tempo della tragedia personale e della riflessione, ma che riprende il cammino in tutto il suo vigore non appena la tensione artistica esige l’espressione. Il senso del dramma compone a mano a mano l’equilibrio tra il fatto musicale e la teatralità che riconduce l’azione scenica ad un concetto insito nell’azione stessa nello sviluppare passioni ed episodi nel reciproco rapporto fra loro.

Il Nabucco si pone come passaggio cruciale tra un fase iniziale, ancora immatura se pure ricca di concreti segnali di un talento straordinario, e l’apertura verso la grande stagione del melodramma verdiano, stagione che mai avvertirà cali di tensione o peggio un livellamento su modelli consolidati, a causa del mutamento delle mode o della comparsa di nuovi orizzonti musicali. Verdi saprà orientarsi e rinnovarsi attraverso la storia di un secolo che dalla Rivoluzione francese e lungo il processo risorgimentale e unitario, si aprirà alla dimensione industriale e ai fermenti sociali e culturali del XX secolo. Il suo grande merito sarà quello di aver espresso capolavori assimilando, nella sua geniale intuizione artistica, il continuo volgere di una musica in divenire.

Sandro Bernabei

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