Elettroni e fulmini di Zeus

Zeus PC

Come immaginare appena cinque o sei decenni fa che l’Olimpo greco avrebbe incontrato il computer? che le folgori di Zeus e le braccia di Èracle sarebbero state raccontate dal Times New Roman, rivisitate da un corsivo elettronico? che le terzine dantesche avrebbero fatto risuonare le voci della mitologia greca nelle celle di memoria di un disco rigido? le avrebbero affidate alla rapidità di trasmissione degli elettroni?
Eppure il prodigio è avvenuto, per di più con disinvolta naturalezza. Perché la costante della natura umana va oltre gli strumenti sempre più evoluti che l’intelligenza appresta per rendere le condizioni dell’esistenza più confortevoli e godibili.
Così, dentro la materia accesa dall’energia, distanti umanità s’incontrano e si riconoscono, ricongiunte dalla poesia, annullando per imprevedibile incantesimo i secoli e lo spazio, e scorrono velocemente da latitudine a latitudine, da meridiano a meridiano, illuminando su infiniti schermi, di fronte a infiniti occhi, la loro vicina lontananza, scivolando dentro infinite anime.

Da una parte l’amore per il mondo classico, dall’altra il fascino dei miti di una stagione di stupori, in cui l’unica risorsa per appagare il connaturato bisogno dell’umanità di rispondere ai perché era l’immaginazione, infine il desiderio di far emergere i tratti inalterati che permettono alle civiltà più remote di essere riconosciute come prossime, in forza del comune denominatore umano che accosta le dissimili contingenze dei momenti storici, sono all’origine del sentimento che ha generato il poema epico-drammatico Mythos (Marsilio Editori, Venezia).
Un percorso speculativo che si giova del tesoro inesauribile della mitologia e che si realizza in modo poetico attraverso un confronto dialettico tra un “cantor magister”, educatore educando, e due discepoli straripanti di primi sogni, ma desiderosi di conoscere la sostanza della vicenda esistenziale.
L’approdo disincanterà, tuttavia suggerendo l’imprescindibile necessità di perseverare nel sogno, benché chiaro nella sua dimensione, come modalità ritemprante, come unico strumento terapeutico di fronte all’angoscia del vivere.

Il ricorso alla mitologia e l’uso delle terzine dantesche sono espressione di un’esigenza solo apparentemente anacronistica: ciò che avviene in un tempo, non può essere in contrasto con quel tempo.
Certo l’impero della tecnologia pare cozzare con il tridente di Poseidone e il fulmine di Zeus: tuttavia l’uomo che più non crede al carro di Apollo o ai percorsi notturni di Artemide, come chi vi credette, nasce e muore, spera e si dispera, odia ed ama, teme e sfida, si ritrae ed affronta, gode e soffre, coltiva illusioni e raccoglie delusioni, non ha mutato istinti e sentimenti, né risposte ai suoi stimoli essenziali.
Vive però in uno scenario assai diverso e subisce le influenze di un’epoca che tende a distruggere i valori, sacrificandoli al culto della materia, con mezzi che raggiungono rapidamente ogni angolo della terra, milioni di uomini contemporaneamente, modellandoli, orientandoli, soggiogandoli.
Al punto che se qualcuno, sfuggito alla forgia, ripropone alti ideali, sembra fuori dal suo tempo!
Il panorama culturale che domina è deprimente. Tutto è all’insegna del mercato, dello spettacolo, della futilità, del disimpegno: tutto diviene inesorabilmente piatto, piccolo, a portata di mano, mani di un gregge di uomini sterminato, dalla lana poco pregiata, che tutto accoglie come straordinario, grande, grandioso, riservato all’intelligenza, secondo il cliché che chi governa i fili impone.

In un simile scenario Mythos è un’opera contro corrente, fin troppo, ed è “naturale” che appaia fuori passo, retrograda. Quando chiunque può sentirsi poeta andando a capo prima che il margine del foglio si esaurisca, quando gli argomenti da trattare sono quelli vieti delle canzonette o di uno stereotipo pseudo-letterario che si rivolge all’amore o alle problematiche sociali, senza sentimento, senza mente, senza profondità, senza grammatica, quando tutto deve essere conseguito in fretta e con facilità e, soprattutto, venduto, che senso può avere la tecnica raffinata dell’endecasillabo incatenato in terza rima? la meditazione accurata tradotta in rima? lo “scarto” che devìa con intelligenza e con gusto dalle consuetudini formali e sostanziali del pensiero? la riproposizione delle “insulse fantasticherie” di uomini senza scienza? Quando ogni “prodotto” deve essere esposto in fiera, che senso ha concepire una bellezza che non vende, un pensiero che non è merce, un libro che non avrà centomila acquirenti in un mese?

Eppure il libro è stato scritto: un’opera in terzine dantesche sui miti greci, frutto di un tirocinio di lustri, di una faticosa elaborazione, di una fede che va oltre i modelli del proprio tempo; un’opera che orgogliosamente si propone all’attenzione di chi, scampato al naufragio generale, voglia ancora solcare le onde di un mare integro e pescoso.

Amato Maria Bernabei

Per approfondimenti: http://www.odanteobenigni.it/?page_id=182

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