IL RISPETTO… A PAROLE

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Sempre più diffusa la cattiva abitudine di storpiare la lingua italiana, in tutte le maniere possibili. L’ultima delle quali è il vezzo di volgere al femminile, con declinazione di pessimo gusto, parole che nella nostra lingua hanno promiscuità (indicano cioè attraverso un solo genere sia maschi che femmine), con il presunto intento di rispettare la donna… Si cade davvero nel ridicolo! Quando mai una sentinella, magari prestante esemplare di soldato, pretenderà di essere chiamato “sentinello” nella stupida pretesa di rispetto per il suo genere? E un maschio non dovrà mai più essere una persona, ma un “persono”?…

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Non certo nei fatti, ma a parole (per lo più di infimo gusto) la nuova cultura progressista manifesta il suo rispetto per la donna. Laddove sempre più diffuso è “l’uso” del corpo femminile a scopo di propaganda di mercato e di sordidi lucri e si assiste a un crescendo di brutali femminicidi, che senso ha imbastardire la lingua italiana con vocaboli che per la loro sgradevolezza suonano più come squalificanti, irridenti addirittura, che riverenti nei confronti del sesso gentile: assessora, sindaca, cantantessa (assurdo il femminile di un participio che di per sé è già riferito ai due sessi: oltre al canonico, ma egualmente incomprensibile, studentessa, diremo allora anche la passantessa, l’ipovedentessa, la sapientessa?).

A questo punto nasce l’esigenza di una parità di genere per molte parole del nostro lessico. Perché ciabatta, oca, pecora non devono avere il corrispettivo maschile? Allora diremo anche il ciabatto, l’oco, il pecoro, attribuendo le disonorevoli qualità cui questi termini alludono anche ai maschietti; e reclameremo l’esistenza della leoparda (da non confondere con la Leopolda), del pantero, del volpe, abolendo del tutto i nomi che la grammatica chiama promiscui!

Cerchiamo di essere seri e non facciamo del rispetto una bassa espressione di demagogia, se non di manifesta ipocrisia! Rispettiamo piuttosto il nostro magnifico idioma e continuiamo pertanto a dire tranquillamente che Torino e Roma hanno un sindaco e che la tal dei tali è un assessore, che non per questo diventerà mai donno – chiedo venia, maschio -, o dovrà avvertire come mancante di dignità la sua delega e carente di riguardo il suo appellativo.

Amato Maria Bernabei

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