Benigni e la Trinità

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Quello che accade quando, per bocca dell’incompetenza, si pretende di trasformare l’eccelsa cultura in “bibita popolare”, quando in modo sotterraneo si combattono lo studio, l’impegno, la conoscenza vera in forza delle presunte capacità dello spettacolo (dai costi per di più milionari, equivalenti a circa 1/4 di milione di libri) di sostituirli con un superficiale e gradevole (ammesso che lo sia) intrattenimento. Una cultura senza libri è come un orologio senza ore (da un pensiero di Vicente Huidobro). Di tanto in tanto è opportuno e giovevole ricordare le indecorose proposte culturali della televisione pubblica.

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Riporto le prime tre terzine in cui Dante, nel XXXIII Canto del Paradiso (109-114), tenta di rappresentare il mistero della Trinità divina, la coesistenza di Padre, Figlio e Spirito Santo in una sola entità.

Omai sarà più corta mia favella
pur a quel ch’io ricordo, che d’un fante
che bagni ancor la lingua a la mammella.

Non perché più ch’un semplice sembiante
fosse nel vivo lume ch’io mirava,
che tal è sempre qual s’era davante;

ma per la vista che s’avvalorava
in me guardando, una sola parvenza,
mutandom’ io, a me si travagliava.

La spiegazione corretta è la seguente (da rileggere dopo il farfugliamento di Benigni):
Ormai il mio parlare sarà più inadeguato non solo a dire quello che vidi, ma anche quello che ricordo, inadeguato più dei balbettii di un lattante. Non perché nella viva luce (divina) che io guardavo ci fosse più di un unico aspetto, dal momento che essa è immutabile, è sempre identica a come era prima, ma perché la mia vista acquistava forza nella luce stessa di Dio man mano che la guardavo: al mio mutare interiore quell’unico aspetto “si travagliava”, cioè si trasformava ai miei occhi, assumendo forme diverse (ero io che mi modificavo riuscendo a vedere in maniera differente).

Ora trascrivo le fesserie dell’esegesi di Benigni (12/06/07).
«E disce: Omai sarà più corta mia favella, la mia lingua, le mie parole saranno più corte (più brevi) pur a quel ch’io ricordo anche al ricordo, che d’un fante, che d’un bambino, d’un pargoletto, che bagni ancor la lingua a la mammella. Ci sta discendo che l’unica maniera per nominare Dio… lui non po’ scrive così, deve tornare bambino, deve usare la lingua di un neonato, della purezza assoluta, e dire com’era Dio… ba bu bo bo ba bu (Benigni produce sgradevoli suoni demenziali per imitare il neonato che poppa, con il quale si capisce avere poca dimestichezza…), questa è la… il nome di Dio è così… bo bu bo… questo è Dio, scioè uno che poppa, appena nato, lui può dire a noi chi è Dio, e Dio è quello che fa  bu bu bu, questo, ci sta discendo proprio così Dante, eh! Ci disce che il nome di Dio è questo… oe oe oe, questo, non si può dire di più, e disce proprio che così si può solo parlare di Dio con questa lingua, non con quella che ha lui, che è la più alta di tutti i tempi, eh! sebbene. (Chiunque può comprendere il vaneggiamento di questa esegesi, visto che Dante sta semplicemente dicendo che è impotente a riferire quello che ha visto, più impotente di un lattante che riesce solo ad emettere suoni indistinti, per giunta un po’ diversi, mi pare, da quelli da film dell’orrore di cui si serve il “genio toscano”! Alla faccia della cultura e dei milioni pretesi per raccontare simili fandonie).
«Disce: Non perché più ch’un semplice sembiante / fosse nel vivo lume ch’io mirava, / che tal è sempre qual s’era davante. Disce quello che io guardavo, Dio era sempre Dio, non perché cambiasse lui o ci fossero più cose: era una cosa sola (esplicazione banale più che popolare); ma per la vista che s’avvalorava / in me guardando, una sola parvenza, / mutandom’ io, a me si travagliava. Attenzione, eh, si diventa un altro, quando siamo innammorati, specialmente a delle scerte età le persone non ci riconoscono, ma non cambiano ciò che è davanti a noi (“a delle scerte età”, caro Benigni, dovresti capire che la docenza non fa per te! Dante non sta parlando d’innamoramento, ma di un’illuminazione per grazia divina, che gli permette di avvicinarsi al mistero): il mondo che abbiamo davanti è uguale, è l l’amore cambia noi, cambia la nostra maniera di guardarlo, e così quell’amore che Dante guardava, che Dante sta guardando dentro all’amore, dentro all’amore per eccellenza, eh, quindi sarà innamorato, quell’amore cambia lui, lui rimane uguale ma è lui che cambia e vede tutto in un’altra maniera, vede la verità (nelle parole di Benigni Dante – e non solo – vedrebbe solo la confusione, altro che la verità! L’Alighieri non fa riferimento all’amore, ma alla luce divina, senza tener conto che l’innamoramento porta spesso a dei travisamenti, non certo a veder più chiare le cose). Così quando quando siamo innamorati, tutto il mondo che guardiamo è lo stesso in se stesso, ma siamo noi che siamo cambiati e ci travagliamo, a me si travagliava (e sicuramente il “popolo” ha capito il significato di “a me si travagliava”!), quindi ci cambia tutto perché noi siamo innammorati, quando sci s’innammora sci cambia tutto si ha tutta un’altra visione». (documento audio)

Nello spettacolo del 23/12/2002, Benigni così, ancor peggio, spiegava le tre terzine:
«E qui disce… be cche que come son belli questi! Omai, ormai, sarà più corta mia favella, cioè ciò ch’io dico, pur a quel ch’io ricordo, che d’un fante, u u un infante, un bambino che bagni ancor la lingua a la mammella. Ma son versi… Di Dio se ne può parlare, ripeto ancora, solo tornando bambini, quando si capisce… ma bambini quando si poppa, quando si bagna la lingua a la mammella, quando per descrivere Dio solo con il linguaggio di un bambino che ancora poppa alla mammella, si può dire com’è Dio: me me me me, questo è il linguaggio di Dio, solo così. E Dante così ne vuol parlare (Ma che vai ciarlando! Dante sostiene che non riesce ad esprimersi, che è in condizioni peggiori di un bambino ancora allattato che può emettere soltanto suoni senza significato. Non hai capito niente! Puoi imbrogliare soltanto l’ignoranza, che ti applaude fragorosamente!). È una… quello è il… l’unico linguaggio… e lui lo disce, si scusa addirittura di usare questa lingua: la lingua giusta sarebbe blee, bla ble ble ble, questo è, quest’è Dio, e la de, ee èe la descrizione di Dio più perfetta che ci sia, questo che ho fatto ora. E poi disce qua… disce ee… come se… perché lui sta discendo che forse no no no non lo sa descrivere bene e disce: Non perché più ch’un semplice sembiante / fosse nel vivo lume ch’io mirava, / che tal è sempre qual s’era davante; isce non perché cambiasse quella cosa che io guardo, era sempre la stessa, è sempre la stessa, ma per la vista, lui! che s’avvalorava / in me guardando, una sola parvenza / mutandom’io a me si travagliava. Lui disce ch’era lui che cambiava guardando là dentro, e non era il fatto che cambiava, ci vuole rendere conto di questo, e questi du’ versi so’ spettacolari, perché sono umanissimi, è una cosa ch’è accaduta a tutti noi, indistintamente (che panzana! A tutti noi sarebbe capitato di intuire il mistero della Trinità, perché è di questo che Dante parla, ma Benigni non ha capito niente!). Lui sta gguardando Dio, scioè l’amore, dell’amore ci se ne ‘nnammora, eh? Allora lui disce: quello che io vedevo era sempre uguale, non per questo non mi ricordo bene, ero io che cambiavo continuando a guardarla. Allora quando una donna s’innammora d’un uomo o un uomo di una donna, guarda negli occhi di quella donna e all’inizio è una donna come tutte, e si guarda disce; poi ci si ‘nnammora, di quello sguardo, e gli occhi nostri vanno dentro a quello sguardo, innammorati. Lei è sempre la stessa donna di prima, ma nnoi non siamo più gli stessi. E quante volte con gli amisci quando ci si ‘nnammora si guarda una donna in una mmaniera come la la che si gua, disce e che è, che t’è successo? No, niente, guardavo… Lei è sempre la stessa donna, ma nnoi quando ci si ‘nnammora si diventa tutta ‘n’altra cosa, siamo noi che siamo diversi. Figuriamosci mettere gli occhi dentro all’amore personificato! Ci si ‘nnammora, eee… e quando ci si ‘nnammora si cambia, la persona della quale siamo innamorati lì pper lì è sempre uguale agli occhi degli altri, ma ai nostri no, ai nostri è cambiata, è diventata una cosa… che non si può contenere. Questo disce in queste du’ tersine che sembrano aguzzare (? la parola è quasi incomprensibile) gli occhi». (documento audio)

L’ignoranza tributa applausi scroscianti, ma Benigni ha farneticato, non spiegando una sola parola delle “du’ tersine” dantesche, dove il pensiero è ben altro da quello riferito dal parolaio toscano (qui parolaio non nel senso toscano di persona che viene meno alla parola data…). Questo passo del Paradiso non ha proprio niente a che vedere con l’innamoramento! Dante, in forza della grazia divina, purificato dal viaggio nei tre regni oltremondani, acquista capacità di meglio vedere e di meglio comprendere, sente più vicina la verità impene-trabile del mistero di Dio uno e trino. Qui non c’è la vista confusa di chi s’innamora e per amore diventa “cieco”, tanto che le cose gli sembrano mutate e dell’oggetto d’amore trasfigurato non coglie più nemmeno i difetti. Qui Dante si accosta invece alla vera essenza di Dio, attraverso la luce divina che illumina la sua mente e la rende “perspicace”, ovvero capace di perspicĕre, di guardare dentro, fino a vedere una sola parvenza scomporsi in tre entità, fino a vedere dunque la forma divina tripartirsi, dividersi in tre parti (“Dante vede tre cerchi di tre colori, ma assolutamente uguali: dal primo si riflette il secondo; e il terzo da entrambi: l’unità e la trinità divina” commentano Umberto Bosco e Giovanni Reggio). Concetto che nella “spiegazione” benignesca nemmeno affiora, sicché l’explicatio, diviene complicatio (voce tardo latina), oscuramento più che chiarimento, “cianciologia”, più che teologia!

Cose che accadono quando l’eccelsa cultura deve trasformarsi in bibita popolare per bocca dell’incompetenza.

Amato Maria Bernabei

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