Diamoci del te…

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Dal proseguo, al facs simile, al come dici te, all’anglomania che inietta nella nostra decadenza, continuamente e in modo spesso ingiustificato (se non per infondata soggezione culturale), nobili termini anglo-americani… insomma attraverso le mille idiozie di una schiera di sapienti con il microfono in mano, la nostra lingua, sempre più parlata da presuntuosi sprovveduti, sempre più scorretta e povera, non può essere curata ormai nemmeno dalla più avanzata medicina…

So bene che una lingua è in divenire, che è soggetta cioè alle dinamiche dei contatti, degli scambi, delle progressive conoscenze, che è condizionata dall’istanza di arricchimento del lessico in relazione a sempre nuovi “oggetti” da “chiamare”, dagli spostamenti di significato legati all’uso estensivo e metaforico dei termini, dall’usura stessa delle parole, da esigenze di speditezza e da, e da, e da… Quando però è il declino del valore che induce il cambiamento, quando è la degenerazione provocata e autorizzata dal disvalore che si siede sul trono, allora il mutamento diviene allarmante, perché è gratuito, malsano, e regge su basi rovinose.

È insostenibile l’alibi, percorso da molti, che vorrebbe la “semplificazione” di un idioma (anche attraverso sgrammaticature) al servizio della comprensione, perché una scorretta struttura di comunicazione diventa ambigua, in un mezzo che per sua natura già stenta ad essere univoco, per gli svariati nessi possibili fra le parole e per la molteplicità delle omonimie e delle sinonimie, per la polisemia, insomma, cui una lingua è soggetta. Il bacino della buona notte non è un sedere e un bacino di utenza non è un gesto affettuoso…

Se poi la semplificazione invocata è il welfare, allora si provi a chiedere all’Italiano medio (e anche più su…) che cosa significhi la parola, e ci si accorgerà che le “aristocratiche” trovate giornalistiche ingenerano più confusione che chiarezza. Che bisogno c’era di evocare un vocabolo “laburista” coniato in Gran Bretagna quasi un secolo fa? In questo caso a me viene solo il sospetto che non si volesse e non si dovesse far capire alla gente l’ambito di responsabilità di un Ministero fondamentale: perché la parola, in origine, intendeva alludere alla garanzia di un reddito minimo indipendente dal valore di mercato del lavoro e dal patrimonio del lavoratore; alla riduzione dell’insicurezza sociale attraverso condizioni che permettessero di far fronte alla malattia, alla vecchiaia, alla disoccupazione; all’erogazione per tutti dei migliori servizi possibili. Dette in modo troppo comprensibile, queste cose avrebbero danneggiato i politicanti delle poltrone… meglio dunque nasconderle dietro una veste opaca: Signori, vi assicuriamo il Welfare State!

Come si può ben arguire, le ragioni del tarlo che corrode, non solo la correttezza e la bellezza della nostra lingua, ma perfino le sue potenzialità espressive, sono svariate.

La peggiore, quella che mai potrò sentirmi di avallare, è l’ignoranza, alla quale affianco lo stupido snobismo e il vezzo informale. Un responsabile della comunicazione responsabile non può permettersi di ripetere pubblicamente errori abominevoli che diventano abitudini e perfino regole!

Io insegno Italiano e Latino, e qualche tempo fa mi capitò di correggere una ragazza perché usava abitualmente il pronome personale “te” con la funzione di soggetto:

–    Come dici te…

–    Come dici tu -, obietto.

–    Tu??? … ma è bruttissimo! Te è più bello…

–    Certamente, bellissimo, perché ormai ti è entrato nell’orecchio. Potresti cominciare a coniugare in modo aggiornato: me dico, te dici, lui dice… Anzi, ti suggerisco un modo raffinatissimo e nuovo nell’uso dei pronomi personali: se te scrivi una lettera ad io, me rispondo con una lettera a tu. Non è bellissimo?

Credo che ci vorrebbe più controllo su chi riveste ruoli delicati come quelli di giornalisti, conduttori, esperti radio-tv, il cui  esempio “illustre” diventa condizionante per l’uditorio. Purtroppo, quando ho tentato di sollecitare qualche dirigente Rai, nemmeno ho ricevuto risposta: perché “la notizia non può attendere”, dichiara con enfasi il motto di Antonio Preziosi, direttore del Giornale Radio Rai, il destinatario sì, anche inutilmente, aggiungo io.

– In conclusione e in tutta amicizia, lei che cosa ne pensa?

– Me penso che dovremmo sederci a tavolino e darci del te…

– D’accordo… Te cosa ne pensi?

– Me sono certo che il tè è solo una buona bevanda…

Amato Maria Bernabei

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