L’errore del tempo, di Amato Maria Bernabei

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“Un linguaggio ornato, di greca trasparenza, nel susseguirsi vivace e colorito di immagini ben incasellate in mètope delle trabeazioni doriche, trova nitore, robustezza e stilizzazione tematica ne L’errore del tempo, che appare sostanziato da vibrazioni di una vis lessicale a tratti debordante, a tratti misticamente ricondotta alle zone d’ombra della tonalità minore, a tratti ancora guidata con magìa sui piatti binari della logica narrativa ” (Jorge Amado, in Novos Quadernos, anno XIV, n. 3, Cançao editora, Bahia, Novembre 1989).

Da L’errore del Tempo, poesie scelte   Contributi critici 

Il recupero sistematico di una fede singolare sembra risolvere l’indagine interpretativa de “L’errore del tempo” di Amato Maria Bernabei. La genesi poetica muove da una pressante necessità esistenziale, instabile nei percorsi consueti, alla costante ricerca di elementi con cui poter confrontare percezioni originali. Ne consegue una sorta di raffronto dialettico tra le intuizioni del poeta e i percorsi alternativi della realtà.

                In questo universo sperimentale non vi sono certezze assolute; i sogni, le illusioni, il destino, le angosce non definiscono parametri immutabili, simboli di un vivere predeterminato. Viene messo in discussione quanto di inevitabile è presente nell’avventura umana, non per ispirazione divina, ma come percettibile sensazione di un sopra-naturale che dal dubbio origina, trae motivo di essere.

                Se io fossi un sogno, /  se tu fossi un sogno, che cosa sarebbe /  questo ripetersi strano / delle sere /e dei mattini?

                E tuttavia il dubbio non consolida le impressioni, anzi spesso turba, confonde, sconvolge; lo smarrimento disintonizza dal canto della natura, riesce a sopravanzare il possibile; la realtà propone altri criteri, altre valutazioni, altri confini.

                Questa apparente dissonanza trova equilibrio nell’uso misurato di un compromesso che non dissolva l’essenza del mistero, ma che all’un tempo eluda tentativi di verifica.

                Così sarò sempre un funambolo 7 /agile e barcollante / sui confini della verità.

                L’ambigua, illusiva immagine non approda all’inganno, si afferma al contrario come unico dettato poetico e umano capace di sovvertire lo statu quo, germina i presupposti di una revisione che muti i paradigmi del problema, identifica nella poesia l’elemento vivificante le aride elucubrazioni filosofiche, atto a mediare l’infinito e il compromesso.

                L’analisi speculativa addita sentieri rischiosi, conferma l’amarezza del quotidiano, conduce inevitabilmente sul “proscenio illuminato” dove

                qualunque sia la parte / la commedia è segnata.

                La poesia restituisce all’uomo una possibilità per spezzare l’incessante ripetersi del ciclo, offre mezzi idonei ad un recupero emotivo che orienti nel “dissonante accento” verso la “LUCE”. Che è ipotesi metafisica ma anche antitesi di oscurità, elemento della notte: ricorrente, costante forza gravitazionale, fattore dominante l’esperienza sensibile, immagine inquietante del mistero.

                Di nuovo e di volta in volta si genera il dissidio duale, quasi una contraddizione in termini, certamente non sostanziale; ma che assume toni sconcertanti nella stessa discordante visione della LUCE: “errore del tempo senza fine” e strumento salvifico.

                All’interno di questa radicale insofferenza si delineano, maturano e vengono alla luce i tratti di una riproposizione strutturale dell’essere e del divenire che aprono alla speranza, ancora latente, ma che armonizza l’equazione poeta = evasione dal reale = fede. La “disordinata fantasia” del poeta parados salmente redime.

                Acquista in tal modo chiarezza la dialettica degli opposti: serenità ed angoscia, luce ed ombra, illusione e realtà convergono entro un ambito di più contenuta enfatizzazione ma di straripante intimismo. La dicotomia riduce i contrasti, flette ad una misura conciliante, orienta le energie ad un fine che non fonde i due termini, ma li plasma in una conditio sui generis in cui il conflitto muta in comune orientamento tendente alla dimostrazione dell’enunciato.

                Vivere è più bello / e più terribile / di quello che sappiamo.

                “Bello” e “terribile” assurgono a emblema di quella tolleranza, diventano sintesi della ricerca, evocano suggestioni di una realtà esterna alla norma; l’animo turbato del poeta naufraga in “incontenibili malinconie”. Nelle quali la tempesta dei sensi gradualmente dissolve; nascono liriche raffinate, discrete, quasi confessioni esclusive (“Scrivo / per stare con me”), permeate di tenerezza, dove il grido è anelito, non disperazione; il silenzio è meditazione, non assenza.

                Purificanti attimi di quiete relegano la realtà in un’attesa indefinita. L’ansia per la sera che sopraggiunge ripropone nella sua drammaticità il senso razionale dell’esistere; rifiuta gli equivoci significati della convenzione umana, genitrice di subdoli obiettivi; non sopporta la fisicità del tempo, peraltro tangibile solo nel mutato aspetto, nei “fiori caduti che non cogliemmo”, nel “cielo di platani” che “ingiallisce”; rimpiange gli istanti senza tempo dell’amore tanto intensi quanto fuggenti e perciò gravidi di nostalgia; assoluti, segreti, effimeri e perciò irripetibili.

                L’amore è comunque un attimo di quiete; come il ricordo, come il rapporto con la natura.

                Il ricordo sfuma in soffuse dinamiche emozionali: non scatena il pianto, si allontana confinando fantasmi di angoscia in una catarsi espressiva dai toni stemperati, evocanti finalità che infrangano la consolidata prassi esistenziale.

                Il dialogo con la natura si fa incessante, necessario, imprescindibile; si affollano sussurri e acuti e fruscii, e ancora emozioni e suoni e colori: la pioggia, il vento, fossati e fontane, “verdi trasparenti”, l’azzurro che il “cielo lentamente distilla”, incanti di primavera; e la materia diventa Poesia. Autentica, per libertà di ispirazione, per il suo respiro elegiaco, per la sua coralità. Una poesia che affresca con un linguaggio ampio di cromatismi sapienti, libero, di immagini immediate, esemplare nelle linee essenziali, che chiede alla musica il giusto compenso.

                Non c’è il melos del genio, ma l’armonia costruisce architetture di classica compostezza, di elegante equilibrio strumentale. Gli accenti ritmici dalle ineguali, imprevedibili combinazioni, dosano masse armoniche in organici insiemi orchestrali, sicché la resa sonora non deriva dall’uso ricercato, ossessivo di parole-suono, ma da andamenti timbrici globali.

                La poesia si fa canto; e il canto libera i confini del tempo, rompe “l’argine del tramonto” quando “l’altalena delle voci / nella sala si spegne”, trova, nel suo stesso essere, respiro metafisico alieno da preconcetti, da vincoli pragmatici, da presupposti divini:

                …confiderò / che resti il segno del mio canto.

                L’ombra frantumerà l’unicum filosofico-espressivo-armonico in fragili abbandoni ad un esistere perverso che gioca sull’ambiguità di una “fede / penetrante e vana” che tradisce il segreto e lo traduce in illusione.

                Ma l’approccio all’eterno non tarderà a disperdere l’effimero nei meandri del tempo; muterà i parametri della fede allo sgomento esistenziale.

                Se vivere è soltanto / un prezzo da pagare / se questa tristezza / anche dolce / è un preludio, / è solo un barlume / di LUCE, / amo questa vicenda di colori / che si spaventa nel tramonto / e si confonde.

          Sandro Bernabei, Ottobre / Dicembre  1991

L’errore del Tempo in versione integrale    Contributi critici 

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