Quando una prosa si dice “poetica”? di Enzo Ramazzina

8 min read

“Suoni armonici più delicati non si potrebbero trarre con l’archetto di una viola che vibra sul cantino”.  Così Enzo Ramazzina chiosa l’ineguagliabile prosa manzoniana del famosissimo passo del XXXIV Capitolo de I Promessi Sposi, attraverso la cui analisi egli svolge il tema della “prosa poetica” e degli “ingredienti” che inequivocabilmente la connotano. L’articolo è apparso sull’ultimo numero della rivista La Nuova Tribuna Letteraria (n. 101, 1° trimestre 2011).

Apri e salva: Prosa poetica Ramazzina

Provate ad estrapolare da una novella, da un romanzo, da una fiaba, o da un’autobiografia, un brano significativo e leggetelo attentamente. Se non appartenete alla categoria degli e­sperti in ma­te­ria, ma siete comunque dotati di buona sensibilità e di un minimo di cultura, riuscirete senz’altro a distinguerne il genere stilistico: ovvero, sarete in grado di capire se si tratta di “prosa nar­ra­tiva” (di­scor­siva, colloquiale, colta, forbita, ampollosa ecc.) o di “prosa poetica”. Ma potreste giu­rare di ri­co­­noscere a colpo d’occhio gli elementi, anzi le caratteristiche che differen­ziano so­stan­zialmente l’un genere dall’altro? Quali sono, ad esempio, gli “ingredienti” che connota­no inequivoca­bilmente la cosiddetta prosa poetica? Un accurato esame delle pagine manzoniane potrebbe for­nire adeguate risposte al quesito.

                Rileggendo, infatti, “I Promessi Sposi”, noterete come alcuni passi del romanzo rivelino un re­golare andamento ritmico, grazie a una sapiente alternanza di sillabe toniche ed atone, e siano dotati di una piacevole eufonia, ovvero del particolare collocamento delle parole, per effetto del qua­le i suo­ni si dispongono in maniera tale da raggiungere, appunto, una gradevole musi­ca­lità. Osserverete, inoltre, come ad elevare il tono generale dei suddetti brani contribuiscano l’uso e la com­bi­na­zione di un lessico particolare, nonché la frequenza di figure retoriche, soprattutto di simili­tu­dini. Pren­dete la famosa pagina dell’ “Addio ai monti” di Lucia (capitolo VIII), che inizia così:

                Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo; cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l’aspetto de’ suoi più familiari; torrenti, de’ quali distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche; ville sparse e biancheggianti sul pendio, come branchi di pecore pascenti; addio!

                Ritmo – Scomponete, ora, i periodi in versi, affidandovi prevalentemente al vostro orecchio. Potreste ottenere, più o meno inconsapevolmente, una strofa così composta:

Ad / di / o / mon / ti / sor  / gen / ti / dal / l’ac / que                             (endecasillabo)

ed / e / le / va / ti al / cie / lo                                                                     (settenario)

ci / me i / nu / gua / li / no / te                                                                   (settenario)

a / chi è / cre / sciu / to / tra / vo / i                                                           (ottonario)

e im / pres / se / nel / la / sua / men / te                                                   (ottonario)

non / me / no / che / lo / sia / l’a / spet / to                                      (novenario non canonico)

de’ / suoi / più / fa / mi / lia / ri                                                                   (settenario)

tor  / ren / ti / de’ / qua / li / di / stin / gue                                                  (novenario)

lo / scro / scio / co / me il / suo / no                                                          (settenario)

del / le / vo/ ci / do / me / sti / (che)                                                          (settenario)

vil / le / spar / se e / bian / cheg / gian / ti                                                 (ottonario)

sul / pen / di / o                                                                                        (quaternario)

co / me / bran / chi / di / pe / co / re / pa / scen / ti                        (splendido endecasillabo)

ad / di / o                                                                            (ternario, a suggello della strofa)

Il suddetto brano, ovviamente, si potrebbe frazionare in vari modi. Ma, individuando a piacimento unità metriche più o meno lunghe di quelle esemplificate, i versi ottenuti ri­sul­te­reb­bero co­munque quasi sempre regolari ed il ritmo generale della narrazione non subirebbe si­gnificative va­ria­zioni. Quanto, poi, alla facile obiezione mossa da alcuni, secondo cui tutte le prose, anche le più pe­destri od astruse, si potrebbero dividere in versi, andrebbe fatta la seguente riflessione: una cosa è isolare, in un brano narrativo, spezzoni che rispettano, in linea di massima, le norme metriche tra­dizionali, e un’altra cosa è individuare l’alternanza di misure ano­ma­le, o non canoniche, oppure ver­si troppo lunghi e troppo corti, che, susseguendosi in modo disordinato, producono ritmi claudicanti, sal­tellanti, franti ecc., comunque inadatti ad a­rieggiare i modi nobili della poesia. In ogni caso, il ritmo non è il solo requisito di una prosa poetica, per cui converrà verificare, ad esempio, la varietà e l’uso dei vocaboli che ne formano il complesso. Provate, allora, a rileggere il passo in que­stio­ne e ad esaminarlo sotto l’aspetto lessicale.

                Lessico – Con un andamento sintattico semplice, come spesso avviene ne “I Promessi Sposi”, i pensieri di Lucia, una contadina semianalfabeta, si dipanano in modo semplice, per cui i termini del lessico impiegati dal Manzoni designano cose comuni (monti, acque, cielo, cimetorrenti, pe­core, pendio) in modo elementare: in altre parole, sono tali da rientrare nel cerchio delle esperienze dell’umile personaggio. Ma noterete, inoltre, che il sostantivo “monti” è immediatamente seguito dal participio presente “sorgenti”, non frequente come aggettivo nel genere narrativo; che al vocabolo “pecore” s’accompagna il desueto “pascenti”, anch’esso più adatto alla poesia che alla pro­sa, mentre le parole “elevati” e “biancheggianti” contribuiscono ad alterare il tono del brano, evidenziando uno stile alto e commosso, secondo, appunto, le intenzioni dell’Autore. Ag­giun­gete, a tutto ciò, che i periodi appaiono in forma esclamativa, senza predicato,  come s’addice a un discorso (qui trattasi di un muto colloquio di Lucia con il paesaggio a lei caro) pervaso da un intenso sentimento.

                 Figure retoriche – Anche le tre similitudini (non meno che lo sia l’aspetto de’ suoi più familiari; come il suono delle voci domestiche; come branchi di pecore pascenti) appaiono più consone ad un testo poetico, che ad una prosa narrativa, e concorrono ad evidenziare la gravità del momento, poiché, come osserva l’Aurigemma, l’obiettivo del Manzoni, in questo caso, “è di chiude­re il capitolo pieno di movimento e d’azione con un passo meditativo e malinconico, che trasporti gli avveni­menti in un’aura più alta e li purifichi”. Osserverete, quindi, che tutti gli elementi sopra de­scritti for­mano lo stile dell’Autore, intenzionato a trasferire i propri sentimenti nel lettore.

                Eufonia – La pagina in questione offre senz’altro notevoli esempi d’eufonia; ma, al capitolo XXXIV del romanzo, là, dove il Manzoni descrive il flagello della peste, spicca un passo d’insuperabile bellezza: un brano che è quasi una sinfonia. Ricordate l’episodio de “La madre di Ce­ci­lia”? Comincia così:

                 Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel sangue lombardo […]. Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta; ma tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio.

                  Noterete l’insistenza di suoni consonantici, prodotti rispettivamente dal digramma “sc” seguito dalle vocali “e, i” (scendeva, usci) e dal digramma “gl” seguito da “i” (soglia, quegli, convoglio); la frequenza di vocaboli con consonanti linguali o liquide, cioè scorrevoli e con lunga vi­bra­zione, come la “l” (dalla, bellezza, languor, quello, molle, brilla, lombardo, collo, capelli, sulla, quelle) e la “r” (verso, trascorso, traspariva, gran, languor, mortale, brilla, lombardo, portava, forse, fronte, adornata, promossa, premio). Inoltre, osserverete che il nostro Autore, per accentuare l’effetto fonico e blandire l’orecchio del lettore, si compiace di far uso di alcune eli­sioni (no­v’anni, co’ capelli), oltre che d’impiegare parole tronche (gran, languor, ben), le quali, co­me sa­pete, sono più confacenti alla poesia che alla narrativa.

                Ma ditemi se non è pura musica la chiusa dello stesso brano: un endecasillabo (al passar della falce che pareggia) e un settenario (tutte l’erbe del prato), preceduti da quella splendida similitudine del  “fiore rigoglioso” e del “fiorellino in boccia”:

               Stette a contemplare quelle così indegne esequie della prima, finché il carro non si mosse, finché lo poté vedere; poi disparve. E che altro poté fare, se non posar sul letto l’unica che le rimaneva, e mettersele accanto per morire insieme? Come il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino ancora in boccia, al passar della falce che pareggia tutte l’erbe del prato. 

               Suoni armonici più delicati non si potrebbero trarre con l’archetto di una viola che vibra sul cantino.

               Per concludere, sapete perché, oggi, molte persone lamentano d’avere a noia “I Promessi Sposi” e considerano il suo autore barboso e superato? Perché, quando frequentavano il liceo, i loro insegnanti, più preoc­cupati di sottolineare gli aspetti storici, sociali e religiosi di questo capolavoro, che di e­vi­denziarne l’afflato, la musicalità e i non rari valori poetici, si limitavano – forse per man­canza di tempo – a rias­sumere in classe la trama, o a spiegare la psicologia dei personaggi, invitando gli studenti a leg­gere compiutamente il testo a casa. Dimentichi che il Man­zoni, oltre ad essere il più grande narratore dell’Ot­to­cen­­to, è  uno dei lirici più rappresentativi della nostra let­teratura: un romanziere la cui prosa, spesso, è anche squisita poesia.

Enzo Ramazzina

                                                           Da La Nuova Tribuna Letteraria (n. 101, 1° trimestre 2011, Venilia Editrice, Padova, www.veniliaeditrice.it).

Apri e salva: Prosa poetica Ramazzina

              Enzo Ramazzina, nato a Rovigo nel 1947, risiede ad Abano Terme (PD). Iscritto all’ordine dei giornalisti del Veneto dal 1981 come “pub­bli­ci­­sta”, ha collaborato a numerose testate, tra cui Il Resto del Carlino, Il Gaz­­­zettino, Il Mattino di Padova, La Difesa del Popolo e Quatro ciàcoe (mensile di cultura e tradizioni venete). Per tre anni, le sue novelle e le sue poesie sono uscite regolarmente sul mensile Autori Polesani, di cui, tra il 1977 ed il 1979, è stato anche redattore. Attualmente, scrive per La nuova Tribuna Letteraria. Ha collaborato con alcune emittenti locali, in par­ticolare con Tele-Radio-Club di Rovigo, per la quale, negli anni ’70, ha condotto trasmissioni culturali di buon livello; nel 1991-’92, è stato più volte ospite di Teleuropa.

              Pre­senta al suo attivo alcune sillogi poetiche (Filo di luce tenue, Editoriale Clessidra 1996 – Più non ti sento, o dolce capinera, Ed. Bertato 1997 – Stupore, Delta3 Edizioni 2003); una raccolta di novelle (Io e te, o mia soave luna, Ed. Bertato 1997); un poemetto d’i­spi­razione religiosa (Cantico a Maria, Ed. Bertato 1998); tre testi tea­trali d’ar­go­mento storico (Don Giacomelli, Ed. Bertato 2006 – La stola e il moschetto, inedito, e Minot, inedito), due dei quali più volte rap­pre­sen­tati con successo in vari paesi delle province di Padova e Treviso; un libret­­to d’opera li­rica (Con­suelo) per la musica di una com­positrice padovana, non­ché tre volumi di sto­ria locale sul­la Guerra di Li­be­razione nell’Alta Pa­­dovana (Gli anni della seconda guerra mondiale: 1940 -1945, Ed. Bertato 2002, pagg. 240 – Il processo ad Ada Giannini per l’eccidio nazista di S. Giustina in Colle, Ed. Bertato 2003, pagg. 240 – Don Francesco Donazzan e Fratte dagli anni ’20 alla seconda guerra mondiale, Ed. Bertato 2005, pagg. 55).

               Il comitato na­­zio­nale del­la Società Dan­­­te Alighieri (per la dif­fusione della lin­gua e della cultura italiane) gli ha con­­ferito, nel 1978, il di­plo­ma di be­ne­me­renza.

               Esperto di musica classica e lirica, ha presentato concerti e mani­fe­stazioni mu­­­­­­sicali di rilievo nei teatri e nei salotti del Veneto ed in Toscana. Per mol­­ti anni, ha ricoperto il ruolo di bibliotecario e respon­sa­bi­l­e del servizio Cul­tura presso il Comune di S. Giustina in Colle (PD). Com­missario d’e­­sa­me nei concorsi pubblici per bibliotecari e docente, con inca­richi sal­tua­ri, all’Università del Tempo Libero di Camposampiero (PD).

1 thought on “Quando una prosa si dice “poetica”? di Enzo Ramazzina

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Copyright © All rights reserved. | Newsphere by AF themes.