Laurea in… poesia

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Ogni prodotto umano è sottoposto alle qualità e ai giudizi degli uomini. Il giudizio è una valutazione, e la valutazione è soggetta a parametri, o se si preferisce, a valori di riferimento, a criteri dettati da una precisa filosofia del valere e dell’essere… Chi stabilisce chi sia poeta e chi no? chi sia grande e chi lo sia meno? Vale chi vende? o quello cui la critica attribuisce valore? o vale chi riscuote l’apprezzamento dei lettori?  

   

                Chi laurea un poeta? l’Editore? il numero di copie vendute e l’apprezzamento della gente? la critica? il valore intrinseco della sua scrittura? E che cos’è il valore intrinseco? chi l’ha deciso? chi lo decide?  

                Petrarca è grande per essere stato incoronato poeta o per la semplice ragione che è un poeta eminente? E Dante è forse meno grande perché non è stato cinto di alloro? e se comunque è grande, lo è perché per essenza eccelso o per decisione di qualcuno?  

                E la grandezza della poesia è perenne rispetto a un valore assoluto (?), o è il risultato dell’esaltazione o della denigrazione dei tempi, quindi dei gusti e delle mode?  

                Ogni prodotto umano è sottoposto alle qualità e ai giudizi degli uomini. Il giudizio è una valutazione, e la valutazione è soggetta a parametri, o se si preferisce, a valori di riferimento, a criteri dettati da una precisa filosofia del valere e dell’essere:  

–   il criterio che risponde a norme soggettive di distinzione è quello più comune e comprensibile, ma non si presta a sancire l’oggettività di una qualità;  

–   il criterio che universalizza il pregio o l’ordinarietà è invece sfuggente, per lo meno alla ragione.  

                In definitiva, è bello ciò che piace o ciò che è bello? E ciò che è bello, ammesso che davvero il bello sia, per esser astrattamente tale, trascende l’uomo? e se lo trascende, come può egli coglierlo o addirittura esserne consapevole?  

                Dagli interrogativi scaturisce la filosofia, ma io non sono un filosofo e non pretendo di diventarlo per incantesimo. Quindi semplicemente posso tentare delle risposte mie ad un mistero affascinante.  

                L’intuizione dell’universale è solo il frutto di una modalità conoscitiva? quella che Socrate aveva così genialmente formulata? Se così fosse, l’esperienza della natura come sola fonte di conoscenza dovrebbe condurre, in scenari diversi, a universali distinti, dunque parziali, dunque non universali… Chi, non avendo altro oggetto di esperienza (come la televisione, il cinema, la rete), dovesse trascorrere la sua vita tra pini, abeti, larici e pecci, finirebbe per indurre un ben differente universale rispetto a chi non esperisce che faggi, aceri, querce ed avellani. Eppure, se all’improvviso dovesse trovarsi nel contesto dell’altro, certo dedurrebbe di guardare degli alberi. Dunque, di là dalle specifiche differenze, pini, larici, faggi e querce hanno caratteristiche comuni che li connotano e che permettono la generalizzazione.  

                Meno facile appare la questione in riferimento a qualità astratte: perché se radici, tronchi, rami, foglie sono concretamente osservabili in qualsiasi albero, in che modo è possibile identificare le note che rispondono all’essenza del bello e sintetizzarle? Perché posso dire, cioè, che un albero è bello e un altro non lo è? Il fatto è che se si tenta una spiegazione, si avverte il bisogno di ricorrere ad altre astrazioni, come l’armonia o l’eleganza, che sembrano più termini affini che esplicativi, e invece di risolvere il problema lo ripropongono.  

                Tentiamo allora una via diversa e diciamo che le generalizzazioni sono modalità dell’intelletto, della ragione o del sentire:  

il bello è una modalità del sentire.  

Come l’amaro non è qualità intrinseca alla cosa amara, ma è tale per-attraverso il “gusto” che lo “sente” in quanto senso, così il bello non è nella cosa, ma è tale per il sentimento che lo sente in quanto sentimento.  

                La possibilità di generalizzare il bello risiede allora nella comune modalità di “sentirlo”, nel modo in cui essendo da tutti l’assenzio avvertito come amaro, la sua amarezza diviene “universale”.  

                Si vuol dire che quando il modo di sentire in tutti corrisponde, si avvera quella che chiamiamo generalizzazione, e finalmente immanente e non al di fuori dell’uomo! Un infuocato tramonto cangiante, viene da tutti “sentito” come bello: il bello universale, dell’universo umano.  

                Il presupposto, in ogni caso, è che lo “strumento” del sentire “funzioni”.  

                In tale ottica l’educazione può esercitare un ruolo importante: sia il gusto che il sentimento possono essere educati.  

                L’arte, a differenza degli spettacoli naturali, è un prodotto dell’uomo, e come tale è un oggetto attraverso cui ciò che si sente, si esprime, con i mezzi più disparati, siano essi note, scalpelli o parole. La maggiore o minore raffinatezza dell’espressione dipende dal livello di intelligenza e di educazione di chi esprime. Deve conseguirne che l’arte può avere gradi diversi e universali-parziali, in quanto generalizzazioni di un universo limitato: i gradini più evoluti dell’arte, sono le forme attraverso cui si esprimono l’intelligenza e l’educazione più evolute. Ne discende un bello espressivo [1] popolare e un bello espressivo cólto (coltivato), con tutti i gradi intermedi: il più alto è quello che viene comunemente considerato come ARTE.  

                Un bello espressivo di grado inferiore può, senza sorprendere, risultare brutto per i gradi più evoluti.  

                Tale assunto pone la necessità, per quanto possibile, di exducere, di portare ciascun individuo alla migliore evoluzione possibile.  

                Il male della nostra epoca sta soprattutto nel trascurare questo aspetto e nel gettare in pasto alla massa poco evoluta la merce che più le si adatta, impedendone l’evoluzione e tenendola anzi volutamente soggetta, per soli motivi di facile lucro, per di più illudendola di distribuirle pregio e cultura.  

   

Amato Maria Bernabei 

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[1] Con tale formulazione non si intende aderire all’idea crociana di bellezza come “espressione riuscita” (Estetica, 3), a meno che non si faccia rientrare tale definizione nell’universale-parziale così come enunciato in questo mio contributo: sicché l’espressione riuscita sarebbe sempre tale solo in relazione ai livelli in cui essa “riesce”, non, ancora una volta, rispetto a un assoluto inafferrabile. Mi sembra infatti evidente che un’espressione muta per chi non può udirla non è affatto assolutamente “riuscita”, ma tale solamente per l’universo che può “sentirla”. Paradossalmente l’espressione più riuscita (e quindi crocianamente più bella) sarebbe quella prodotta dai livelli più bassi, perché capace di “essere udita” veramente da tutti, anche se da tutti non condivisa e dai livelli più alti rigettata come non bella. Questa, per così dire, teoria dei livelli non risponde a una visione razzistica dell’insieme umano, ma è riscontrabile nella selezione che la natura opera fra gli individui, più o meno intelligenti, più o meno evoluti nella conoscenza, così come più o meno alti, più o meno prestanti, più o meno forti. Qualunque addestramento, fisico o mentale, pur potendo sviluppare tutte le potenzialità di ciascuno, mai arriverebbe a colmare il divario che la natura “infligge” agli esseri, ai quali concede patrimoni disuguali. 

  

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