Poeti o verseggiatori? Spieghiamo la differenza

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di Enzo Ramazzina.

Un metodo efficace, diremmo quasi infallibile, ci consente di capire se i versi sug­­­gestivi di un determinato componimento poetico siano ispirati da vero afflato artisti­co, o se non appartengano piuttosto al prodotto artificioso di un abile paroliere: è il criterio della “vivisezione”, cioè della scomposizione dei periodi ritmici, al fine di poterne studiare i singoli elementi.

          Non è sempre necessario esaminare l’intero testo, ma, se è vero che – come sentenzia un noto proverbio – “il buon giorno si evince dal mattino”, basta prenderne in considerazione la parte iniziale, oppure le prime ri­ghe di una strofa.

         Mettiamo a confronto, allora, due versi della popolare canzone di mon­tagna Il sole dietro ai monti e l’attacco del leopardiano Canto no­t­turno di un pastore errante dell’Asia, cercando, però, di non farci influenzare dal fatto che quest’ultimo è frutto dell’ingegno del più grande poeta romantico della nostra let­teratura.

I rispettivi testi poetici così si dipanano:

1)    O luna mite e cara, che risplendi

       in ciel

(endecasillabo seguito da ternario tronco, o, come riportano alcuni canzonieri, verso unico di 13 sillabe)

2)   Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,

      silenzїosa luna

(endecasillabo seguito da settenario)

 

         Noteremo, anzitutto, che i due spunti lirici hanno in comune il tema della luna (gli autori si rivolgono direttamente alla luna personificata, quasi a voler sollecitare con lei un dialogo); inoltre, il primo emistichio di ciascun endecasillabo presenta un ritmo u­guale, con accento sulla 2ª, 4ª e 6ª sillaba, dando l’impressione di un cuore pulsante, così:

     1)  O / lù – / na / mì – / te e / cà – / ra 

           (metro giambico)    

 

     2)  Che / fài / tu, / lù – / na, in / cièl?

           (metro giambico)

 

          Osserveremo, infine, che in ambedue gli spezzoni, oltre alla parola luna, è presente il vocabolo tronco ciel.

          Di primo acchito, se dovessimo assegnare un voto all’ “incipit” più gradevole, saremmo tentati di promuovere con il punteggio più alto quello relativo al motivetto di montagna, atteso che i vocaboli luna, mite, cara, risplendi e ciel, ordinati in sequenza, hanno il pregio di creare una piacevole eufonia. Al contrario, il ripetitivo e martellante fai dell’idillio leopardiano, seguito da un monosillabo duro, il gutturale tu (la u è il suono più chiuso della lingua italiana e ben lo sanno i librettisti di melodrammi, che, in genere, evitano di concludere le romanze e i duetti con parole ter­minanti in u, per consentire ai cantanti di emettere agevolmente l’eventuale acuto finale), non­ché quell’aggettivo silenzїosa, di per sé molto suggestivo, ma qui dotato della dieresi che ne rallenta l’andatura ritmica, producono un sensibile intoppo al lettore, o al fine dicitore. Il quale, però, trovandosi stupito dinanzi allo scenario dell’u­niverso, percepisce subito la sensazione d’entrare in un’atmosfera rarefatta.

          Ma se ci lasciassimo trarre in inganno dal suono delle parole che blandiscono l’udito, correremmo il rischio di fallire il nostro obiettivo, finalizzato a scoprire quale dei due testi s’appalesi verace ed autentico e risulti stimolato da quell’esigenza particolare che chia­miamo “ispira­zione”.

          Dice, dunque, il nostro verseggiatore: “O luna mite e cara…”.  In ogni tempo, i letterati hanno attribuito al satellite terrestre gli appellativi più vari ed originali (il solo Leopardi, nelle sue liriche, definisce la luna silenziosa, immortale, vergine, intatta, solinga, eterna, pensosa, muta, vereconda, graziosa, pellegrina, giovinetta ecc.): il che fa supporre che la scelta di un preciso epiteto sia ispirata all’autore dal particolare stato d’animo in cui si trova. Così, quando il poeta di Recanati impiega i vocaboli in­tat­ta, eterna, o muta, richiama senz’altro alla mente l’immagine di un astro freddo, e­stra­neo e chiuso nella sua siderale bellezza, un astro il cui peregrinare è impla­ca­bil­mente uguale e monotono a quello del pastore (cioè dello stesso Leopardi). In altre pa­role, gli attributi riferiti alla luna non sono presi a caso: hanno un senso, un’accezione pertinente. Ma quale si­­gnificato può avere quel mite, usato dal nostro paroliere? Se, come indica il di­zio­nario dei sinonimi, mite si può sostituire con clemente, benevolo, paziente, in­dul­gen­te, bonario, umano, mansueto, discreto e moderato, abbiamo ragione di sospettare che l’epiteto è probabilmente in dissonanza con lo stato d’animo di chi l’ha scelto: si tratterebbe, cioè, di una qualifica inappropriata, o, quanto­meno, inadeguata. Ma for­se siamo troppo pignoli, perché – a ben riflettere – ognuno può vedere la lu­na come gli pare.

          E allora proseguiamo nella nostra analisi, volgendo l’attenzione al success­ivo aggettivo cara. In verità, qui c’è poco da rilevare. L’attributo è corretto, ma tal­men­te ovvio e generico, da lasciarci senza commenti. Anche se non si può definire inu­tile, per­ché, dal punto di vista metrico, serve al computo delle sillabe e a mantenere il ritmo del verso.

          Il secondo emistichio termina con le parole “che risplendi”. Ora, è noto che la luna viene spesso messa in contrapposizione al sole proprio per la differenza d’intensità e la tenuità pallida dei suoi raggi, per cui è il sole che rifulge, mentre la sua ancella notturna, detta anche diafana, eterea e luminescente, al massimo rischiara, illumina, od irradia. D’altra parte, lo stesso paroliere, cadendo in contraddizione, chiu­­de il re­frain dell’arietta con la frase “ecco la bianca lunaa rischiarare il mar”. Ne con­segue che il verbo risplendere del verso in esame brilla per la sua inade­gua­tezza.

          Riprendendo, a questo punto, la nostra lente d’ingrandimento, andiamo ad osservare quell’infelice complemento di stato in luogo, in ciel, posto a mo’ di suggello do­po l’endecasillabo. Ci chiediamo, non senza qualche perplessità: po­trebbe la luna trovarsi in uno spazio diverso dal cielo? Ovviamente, la risposta è negativa: quindi, sia­mo di fronte ad una puntualizzazione pleonastica, cioè ad un concetto caratterizzato dalla presenza di elementi che nulla aggiungono al significato dell’enun­ciato.

          Esiste, ad onor del vero, anche una seconda versione del testo poetico in questione, termi­nan­te con le parole “che risplendi, / ohimè!”. Ma la variante è peggiorativa, poiché non si comprende quell’interiezione di dolore – quasi un singulto – pronunciata (o can­tata) mentre, in un’atmosfera di chiari-scuri e di moti indistinti ed arcani, l’autore è intento a guardare una luna mite, cara e risplendente.

          Stendiamo, allora, un velo caritatevole sulla poesia dell’anonimo verseggiatore, peral­tro nobilitata da una musi­ca orecchiabile che l’ha resa celebre, ed accingiamoci ad as­saporare l’i­ni­zio del Canto notturno di leopardiana memoria.

         Nel duplice interrogativo iniziale (che fai…? che fai…), avvertiamo l’ansia del poeta che indaga sullo scopo e sulla missione della luna, la cui vita e il cui per­corso – come abbiamo accennato più sopra – sembrano così simili a quelli dell’uomo. Il ritmo crea subito un’atmosfera di silenzio e di vastità, nella quale le incalzanti doman­de dell’autore si perdono (è noto che il Leopardi, nelle sue poesie, si pone continui in­terrogativi a cui non sa, o non vuole, fornire adeguate risposte). Nei “sempi­terni calli” del cielo, la luce uguale e fredda della dea Selene pare accrescere la deso­lazione del canto. E quel silenzїosa, con il caratteristico segno diacritico sul dittongo, ci fa vedere l’astro che, ogni notte, instancabilmente, ripete il suo cammino: lento e implacabile.

         Anche in questi versi, la luna è espressamente collocata in ciel, ma il complemento di stato in luogo, a differenza della canzonetta di montagna, ha qui un si­gni­ficato preciso e profondo. È come se il poeta chiedesse: “Qual è la ragione della tua presenza lassù, nelle plaghe sideree? Perché non ti trovi sulla terra, a consolare gli uomini e ad accompagnarli nel loro faticoso ed ineluttabile cammino esistenziale?”. Altro che pleo­nasmi! Nel fluido periodare di questo idillio ogni parola è soppesata; per­sino la punteg­gia­tura è oculatissima e concorre alla logica struttura del discorso e a fare delle pause se­condo il raggruppamento delle parole rispetto al pensiero da esprimere. E la poesia, divenuta contemplazione, investirà e trasfigurerà il ragionamen­to più arduo, sì da trasformarlo in sentimento commosso.

         A questo punto, si potrebbe obiettare che è troppo facile giudicare i versi di un motivetto popolare, dopo averli raffrontati con quelli di una lirica altis­si­ma ed immortale; che il paragone non regge e, quindi, l’operazione è sleale. Siamo d’accordo. Ma l’intento della nostra chiacchierata era semplicemente di dimostrare la differenza, anzi il profondo divario, che passa tra un vero poeta ed un onesto verseggiatore. All’inizio del suo “Corso di grammatica metrica”, disponibile in dispense presso l’e­ditore Vincenzo Grasso di Padova, Piergiorgio Boscariol spiega che i veri poeti “esprimono qualcosa di elevato in modo originale, in uno stile riconoscibile: quello che rispecchia la loro concezione dell’arte e che si chiama poetica”. Ed ag­giunge: “In questo ruolo, essi si fanno voce par­ti­colare in una variegatissima gamma di mo­dulazioni con cui lo spirito umano comu­nica le emozioni che lo agitano”. Chi, dun­que, sentendosi baciato o prescelto dalla Musa, non si riconosce in questa de­fi­nizione, deve rassegnarsi: forse appartiene alla categoria dei ver­seg­giatori, o dei parolieri. 

Enzo Ramazzina, La Nuova Tribuna Letteraria, n.102 (2° trimestre 2011), Padova

 

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