Latino: lingua morta?…

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di Enzo Ramazzina

…ben consapevole di come sia avvenuto nel tempo il processo di trasfor-mazione dal latino al volgare e, quindi, dal volgare a quella che fu poi definita “lingua media”, mi stupisco, più che altro, del fatto che molti saccenti – in genere, persone sprovviste di cultura umanistica – con sor­prendente legge-rezza, e non senza una pun­ta di disprezzo, considerino dra­sticamente il latino una lingua morta.

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LATINO: LINGUA MORTA, O SEMPLICEMENTE LINGUA IN DISUSO?

 

         Da ragazzo mi capitò di leggere, in un vecchio libro di preghiere appartenente forse a mia nonna, una graziosa poesia dedicata alla S.S.Vergine. La strofetta, in ende­ca­sil­labi a rima alternata, era piuttosto curiosa, perché scritta contem­pora­nea­men­te in ita­liano e in latino, ed iniziava così: Quasi in tranquillo solitario nido, / vi­vere in Te, re­fugio nostro, spero...

         Considerate, all’epoca, la mia immaturità e le mie scarse conoscenze in ma­teria, non potei che stupirmi per quell’abile innesto di parole ideato dall’anonimo poeta, essendo convinto, peraltro, che le due lingue, per quanto strettamente impa­rentate, non avessero che rari punti in comune e qualche oc­casio­nale affinità.

         Oggi, però, ben consapevole di come sia avvenuto nel tempo il processo di trasformazione dal latino al volgare e, quindi, dal volgare a quella che fu poi definita “lingua media”, mi stupisco, più che altro, del fatto che molti saccenti – in genere, persone sprovviste di cultura umanistica – con sor­prendente leggerezza, e non senza una pun­ta di disprezzo, considerino dra­sticamente il latino una lingua morta. Ma affer­mare che è una lingua morta può sottintendere che si tratti di una testimonianza del passato, una specie di documento che noi ora cataloghiamo in una rubrica d’ar­chivio e che gli amanti delle passate civiltà  vanno a consultare per le loro perso­nali esigenze di ricerca storica.

         In realtà, parlando o scrivendo nel nostro bell’idioma, non ci rendiamo conto che un gran numero di vocaboli, anzi molte espressioni e locuzioni, sono prati­ca­mente in perfetto latino. Ecco, a tal proposito, alcuni esempi di parole, o frasi che, nel­la grafia e nell’ortoepia dei due linguaggi, collimano a meraviglia:  “Tacete su­bito!”, “Vivete in pace!”, “Recitate bene!”, “Considerate utile dormire!”, “Declina, pal­­lida luna”, “Timida in vita, impavida in morte”, “Italia, patria nostra, splendida ter­­ra”, “O fulgida stella antelucana”. Se, poi, prendiamo in considerazione un nutrito numero di avverbi uscenti in -ente, scopriamo che risultano costituiti da due parole latine (aggettivo e nome), le quali, poste all’a­blativo, lasciano intendere un com­ple­mento di mo­do o maniera, come i seguenti vo­caboli: libe­ramente (da “libera mente”: con in­ten­zio­ne libera), audacemente (da “audace mente”: con animo ardito), ti­midamente (da “timida mente”: con animo timoroso), e così via.

         Non di rado, inoltre, allo scopo di rendere più dotte o preziose le nostre conver­sazio­ni, o i nostri scritti, ricorriamo ad espressioni latine, estrapolandole dalla termi­no­logia giuridico-amministrativa del “codex” (raccolta delle leggi imperiali), oppure a motti, aforismi e proverbi di autori classici. Quante volte, ad esempio, infiliamo nei nostri discorsi citazioni quali non plus ultra; inter nos; sui generis; grosso modo; ex lege; ab origine; a priori; in extremis; in fieri; ad interim; pro tempore; ex aequo; de cuius; aut aut; ultimatum; factotum; quorum; alibi; rebus; prosit; forum; lapsus; junior; senior; bis; extra; placet; gratis; alias; amen? Oppure, allo scopo di impres­sionare il nostro in­ter­locutore, infioriamo la conversazione con qualche carpe diem; coram populo; sursum corda; alter ego; tabula rasa; una tantum; sic et simpliciter; dulcis in fundo; virtus in medio; qui pro quo; lupus in fabula; casus belli; via crucis; urbi et orbi; brevi manu; tu quoque; do ut des; cui prodest?; in vino veritas; cum grano salis; de gustibus non disputandum; nemo propheta in patria?

         Tali sovrapposizioni, mescolanze, od alternanze di parole e locuzioni, nel nostro modo di esprimerci, provano che il latino non è una lingua estinta: casomai, una lingua in disuso, o, per meglio dire, d’uso non corrente, la quale ha trovato cam­po fertile per trasformarsi ed evolversi in un nuovo e più ricco idioma. A questo pun­to, però, essendo con­sapevole che le mie considerazioni po­trebbero suscitare qual­che obiezione, proverò a spiegare come avvenne questa modificazione nei se­coli.

         Si narra che l’imperatore Gaio Giulio Cesare Ottaviano (68 a.C. – 14 d.C.), nell’invitare familiarmente un servo a portargli una bacinella d’acqua calda, invece di dirgli “Da mihi aquam calidam!”, pronunciasse velocemente le parole in sequenza, erodendone le desinenze, così: “Dammi acqua calda!”. Se l’aneddoto è vero, sta a significare che la trasformazione dal latino al volgare era cominciata fin dall’epoca aurea, ossia dal tempo di Catullo, Cicerone, Virgilio, Orazio, Livio e Seneca, per ci­tare alcuni tra i più noti autori classici contemporanei a Cesare Augusto.

         La lingua italiana, in sostanza, ebbe a formarsi attraverso un complicato pro­cesso di evoluzione del latino parlato, per cui è assurdo pensare che si sia verificato uno stacco netto, ovvero che sia esistito un momento in cui il latino abbia cessato d’esistere, dando improvvisamente origine all’italiano. Le trasformazioni, ribadisco lentissime, riguardarono la fonetica (attinenti ai suoni), la morfologia (attinenti alle forme che la parola assume nel periodo), la sintassi (concernenti le costruzioni), il lessico (relative all’uso e al significato dei vocaboli). Così, ad esempio, la parola “mel” si trasformò in “miele”; il futuro “amabo” scomparve e, al suo posto, venne introdotta la forma “amerò”, che deriva da “amare habeo” (ho da amare); la proposizione oggettiva, con l’accusativo e l’infinito, cominciò a cedere il passo alla proposizione introdotta dalla congiunzione “che” (“dico te bonum esse” diventò “dico che tu sei buono”); in luogo di “equus”, ampiamente usato nella forma del latino letterario, si introdusse la parola “cavallo”, derivante dal volgare “ca­ballus”.

         Inoltre, com’ebbe a tramandarci nella cosiddetta Appendix Probi (“Appen­dice di Probo”) un ignoto maestro romano del III secolo d.C., “calida” si trasformò in “calda”; “columna” divenne “colomna” (poi “colonna”); “speculum” si contrasse in “speclum” (poi “specchio”); “auris” diventò “oricla” (poi “orecchia”). Le mutazioni principali, subìte dalla lingua latina ufficiale, che si andava progressivamente identificando con il “sermo plebeius” (linguaggio del popolo), il “sermo rusticus” (parlata del suburbio), il “sermo militaris” (gergo dei soldati), il “sermo cotidianus” (linguaggio di tutti i giorni), furono principalmente quattro: a) la perdita del neutro; b) la scomparsa delle declinazioni e, quindi, dei casi nominativo, genitivo, dativo, accusativo, vocativo ed ablativo, sostituiti dalle pre­posizioni semplici ed articolate; c) l’introduzione degli articoli determinativi (per cui “ille”, “illa”, “illi”, “illae” divennero, rispettivamente, “il”, “lo”, “la”, “i”, “gli”, “le”); d) l’elimina­zio­ne della forma passiva del verbo.

         Come si può rilevare, le alterazioni e i cambiamenti a livello morfologico furono di carattere compensativo, nel senso che ciò che da una parte veniva soppresso tro­vava necessariamente dall’altra l’elemento di sostituzione o di ridimensionamento.

È da credere, comunque, che, durante il periodo della decadenza, continuarono a coesistere nel nostro Paese sia il latino letterario che quello volgare: il primo rimase patrimonio degli eruditi, che se ne servirono come lingua sovrana nei decreti, nei contratti, nei trattati, nelle epigrafi e nelle dissertazioni filosofiche, mentre il secondo continuò il suo processo di modificazione e d’integrazione, ubbidendo non già a delle regole, ma alle esigenze di semplificazione e di concretezza che il mezzo comu­nicativo popolare richiedeva. Finché, venuta meno l’importanza di Roma come centro politico, militare e culturale, il latino letterario andò gradualmente scomparendo, la­sciando il passo al  volgare, che assunse un ruolo sempre più determinante nella for­ma­­zione della nuova parlata.

         Ora, se questa è la corretta interpretazione del fenomeno relativo alla genesi della lingua italiana, come non riconoscere che il latino, a tutti gli effetti, è la nostra lingua madre, ancora viva ed abbondantemente trasfusa nell’idioma moderno? Anche se, ahimè!, da alcuni decenni un’inquietante e massiccia intrusione e di­vul­gazione di vocaboli e di modi di dire anglosassoni la stanno inesorabilmente abbru­tendo ed immiserendo.

Enzo Ramazzina

dal n. 105, anno XXII,

de “La Nuova Tribuna Lettararia”

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