Benigni Dante: ancora l’assurdo, ma consacrato binomio

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Sono sempre più sconcertato dal “fenomeno” Benigni, per troppi un genio, una divinità. Per troppi che sono stati plagiati dall’eccitato buonismo (Benigni ama tutti… sempre gioviale e sorridente…) piuttosto illetterato e triviale del comico toscano, che può permettersi tutto.

Dire cioè quello che vuole su chi vuole; fare pubblico e crasso turpiloquio noncurante dell’infanzia che ascolta; abbandonarsi ad impuniti atti osceni davanti a milioni di spettatori (aggressione alla “topa, sorca, patonza” della Carrà o palpamento dei testicoli di Baudo), incurante dell’infanzia che guarda; lasciarsi andare a sguaiati ritornelli da brilla osteria (il “corpo sciolto“); fare acclamato scempio della lingua e del capolavoro di Dante, divulgando corbellerie inaudite… tutto per cifre da capogiro e per osanna alla sua sapienza, premiata con otto conferimenti accademici e una candidatura al Premio di Stoccolma.

Sono ogni giorno più sconcertato perché pure di fronte all’evidenza ci sono sempre giustificazioni: Benigni supera i limiti della decenza? La sua è arte. Benigni diventa irriguardoso ed offensivo nei confronti di qualcuno? La sua è satira. Benigni prende cantonate paurose nel corso delle sue “lezioni magistrali”? È un comico, no? Ma se è un comico perché poi lo si fa diventare un insuperabile intellettuale, onore d’Italia, degno di rappresentarci nei più elevati consessi (come il Parlamento Europeo o il Quirinale)? Per quale paradosso, o incongruenza, o contraddizione un commediante di scarsa preparazione deve avere riconoscimenti di tal genere?  Non fu certo oggetto di assegnazioni così prestigiose Gassman, raffinato, cólto interprete di Canti danteschi, attore di gran lunga superiore a un Benigni che ha la sola abilità di “recitarsi” bene, che conosce dunque un solo ruolo, senza alcuna flessibilità, maschera né tragica né comica, ma di antico giullare da banchetto, cui ogni lazzo è concesso per rallegrare i convitati. Perché mai egli diventa fonte di citazioni (la Rete ne è costellata), quasi fosse il più grande creatore di ogni tempo di profondi aforismi?

È il mistero, o la semplice, inevitabile conseguenza di un sistema che fonda la sua sostanza sul chiasso della stampa, della radio, della televisione, del cinema, degli spettacoli di piazza, tutti grandi mercati per redditizi investimenti, i cui eventi e i cui protagonisti sono ingigantiti oltre ogni misura per richiamare la folla dei compratori.

Solo e sempre il denaro spadroneggia.
E a ben pensare di soldi Benigni ne prende davvero tanti, e forse ancora di più ne fa guadagnare.

Il Dio Denaro ha trovato il suo più coerente, divinizzato sacerdote.

Dica pure il Primo Cittadino di Firenze, in occasione della presentazione della “nuova serie” del Tutto Dante: “Avere di nuovo con noi Roberto Benigni  è una grande gioia e una grande emozione, un sogno che coltivo da quando sono stato eletto sindaco e che ora si realizza. Questo evento nobilita piazza Santa Croce e ne fa il cuore dell’estate fiorentina”.

Noi aspettiamo la serie in cui Benigni presenterà la Decima Bolgia, quella dei falsari contro chi si fida: chissà che nel frattempo Dante non abbia provveduto a collocarlo a fianco di Sinone, il greco “falsario di parola” che convinse i Troiani ad accettare il dono del Cavallo di legno, e che il comico non abbia quindi modo di parlare di sé, condannato per il suo inganno esegetico fra coloro che per febbre aguta gittan tanto leppo [1] (Inferno, XXX, 99) e sono riarsi da una sete inestinguibile.

Nel frattempo pensiamo, non proprio con malizia, che i biglietti per dodici serate sono già in vendita, che le performance verranno registrate con mezzi tecnologici sofisticati e che sono già in corso trattative con la Rai, che intende trasmettere nella primavera del 2013 tutta la collana delle cattedratiche “lecturae Dantis” benignesche.

Evidentemente sono questi gli appuntamenti culturali che ci meritiamo.

Amato Maria Bernabei


[1] I sintomi della febris putrida che affligge Sinone per contrappasso sono “dolor capitis, malitia anhelitus, sitis” (Bartolomeo Anglico, De proprietatibus rerum). Il “leppo” è il puzzo di unto bruciato.

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