La rima di fegato…

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di Enzo Ramazzina
“Ora madre, ora tiranna da abbattere, ora devota compagna del ritmo, ora confidente affettuosa, è comunque rimasta spesso, in molta poesia novecentesca, a estremo sostegno della poesia stessa, a costo di mutare il suo posto tradizionale. Non ha più aspettato, docile, la fine del verso, ma è diventata imprevedibile per luogo e per forma, stendendo tuttavia la sua tela di ragno sull’intero verso, anzi sull’intera poesia”.

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Molti poeti moderni, pur rifiutando i canoni convenzionali della metrica, non disdegnano l’uso della rima. La quale, però, all’interno di un componimento poetico, non andrebbe spalmata a caso, ma dovrebbe seguire precisi criteri formali e stilistici. A tal proposito, Gabriella Sica, nota critica letteraria e docente alla “Sapienza” di Roma, nel suo libro “Scrivere in versi” (Il Saggiatore, 2011), osserva che la rima “ora madre, ora tiranna da abbattere, ora devota compagna del ritmo, ora confidente affettuosa, è comunque rimasta spesso, in molta poesia novecentesca, a estremo sostegno della poesia stessa, a costo di mutare il suo posto tradizionale. Non ha più aspettato, docile, la fine del verso, ma è diventata imprevedibile per luogo e per forma, stendendo tuttavia la sua tela di ragno sull’intero verso, anzi sull’intera poesia”.

Che la rima, oltre a trovarsi spesso all’uscita di un’unità ritmica (es.: Da tempo t’ho attesa, / seducente donna, contesa / ed illibata…), si possa riscontrare anche al suo interno, o alla fine di un emistichio (es.: Come, sfiorando, stendesi alla piana / l’ombra sovrana della sera…), poco interessa per l’essenzialità del compo­nimento. In ogni caso, qualunque sia la sua localizzazione, non dovrebbe risultare preve­dibile o banale, come quando, con superficiale disinvoltura, s’accostano parole quali amore-cuore, luna-fortuna, ragno-guadagno, viso-sorriso, mamma-fiam­­ma, stella-bella, o vita-infinita, poiché, com’ebbe a precisare Umberto Saba, essa è giustificata soltanto se, dopo aver voltato la poesia in prosa, “non si possono sostituire, senza danno del significato, le parole che rimano”. Ma vediamo di procedere con ordine, chiarendo alcuni concetti. Anzitutto, cos’è questo elemento che il poeta impiega per aumentare la suggestione melodica?

Secondo una definizione classica, peraltro riportata da alcuni prestigiosi dizionari della lingua italiana, è l’identità o la somiglianza di suono tra due o più parole, dall’ultima vocale accentata in poi. Può presentarsi tronca, piana, o sdrucciola, a seconda che il vocabolo finale esterno al verso sia, appunto, tronco (sudor-tremor), piano (molto-stolto), o sdrucciolo (abile-stabile). Ora, premes­so che in una poesia si possono trovare combinate rime piane con sdrucciole, rime piane con tronche, rime piane con versi sdruccioli non rimati, rime sdrucciole sole, rime piane sole, rime tronche sole, rime tronche con versi sdruccioli non rimati, dobbiamo senz’altro distinguere due grandi categorie di questo importante elemento spesso presente, ma non strettamente necessario, nell’arte poetica.

Rima perfetta – Preferita dalla maggior parte dei verseggiatori, si ottiene – come dicevamo più sopra – quando i suoni finali delle parole risultano uguali dalla vocale tonica fino al termine (es.: lineàre-màre, anèllo-gioièllo, marìto-spedìtouòvo-sòdo, benvenùto-liùto).

Rima imperfetta – Se la vocale tonica della prima parola è rap­presentata da ò od è (con accento grave), a fronte di ó od é (con accento acuto) della seconda parola, o viceversa, si parlerà di rima imperfetta, o apofònica (es.: dóve-bòve, cuòre-fióre, stélla-novèlla, mècca-stécca). Questa combinazione, comun­que, non costituisce un errore od un’anomalia ed è senz’altro ammessa nella pratica poetica (la “Divina Commedia” contiene un numero notevolissimo di rime apo­foniche). Tra le rime imperfette, inoltre, vanno annoverate l’“assonanza” (avere suono simile) e la “consonanza” (dare suono insieme). La prima si attua quando le parole, a partire dalla vocale accentata, hanno le stesse vocali, mentre le consonanti sono diverse (es.: colore-scarpone, amaranto-corallo, aprile-dormire); la “con­sonanza”, al contrario, si verifica quando, nella terminazione di due vocaboli, vi è l’identità delle sole consonanti, mentre la vocale tonica è diversa (es.: colle-elle, mare-cuore, festa-mista).

Nella poesia codificata, come in quella a metro libero, andrebbero invece usate con una certa cautela – e solo in caso di effettiva necessità – altre rime anomale od artificiose, quali, ad esempio, le “equivoche”, così definite perché rappresentate da parole graficamente uguali, ma con significati e funzioni grammaticali diverse (es.: Si proverà che un giorno sono stato / membro fedele del secondo stato); le “composte”, cioè ottenute in modo artefatto, sommando parole distinte (es.: Tu sconterai severe pene per la / tua mala vita, come tetra perla); le “univoche”, ovvero conseguite tra vocaboli identici e con funzioni grammaticali uguali, praticamente vocaboli che rimano con se stessi (es.: Me, soggiogato dal sidereo manto / e dal brillio del mar, paga il silenzio. / Se ad ascoltar le cose nel silenzio / io mi protendo per un nuovo canto…); le “ipèrmetre” o “eccedenti”, se superano la misura del verso regolare, come nei seguenti endecasillabi di Dalmazio Masini: Amore mio, che accendi Marzo e rondini, / tra queste stanze dove tu diffondi /…; le rime “in tmesi”, ottenute fra parole non complete (es.: Io ti donai pratica- / mente la mia fatica).

Se è vero, poi, che molti poeti contemporanei amano scrivere versi liberi, snobbando le strutture metriche a favore di una lirica più contenutistica e formalmente meno estetizzante, non possiamo però ignorare che un’alta percentuale di autori predilige l’utilizzo delle forme codificate. Notiamo, infatti, che questi verseggiatori, nostalgici della tradizione, utilizzano schemi fissi e collaudati, per cui, ad esempio, se le loro poesie sono formate da distici, solitamente impiegano le rime “baciate” od “accoppiate” (AA BB CC…); se, invece, sono composte da quartine, ta­lo­­ra usano le rime “alterne” od “alternate” (ABAB CDCD…), altre volte le rime “in­cro­­ciate”, “intrecciate” o “chiuse” (ABBA CDDC…), o le rime “ripetute” o “rin­ter­zate” (AAAB CCCB DEE EDD…), più raramente le rime “invertite” (ABCD DCBA…); se le strofe sono formate da terzine, adottano, per lo più, lo schema delle ri­me “incatenate”, chiamate anche “dantesche” o “terza rima” (ABA BCB CDC D).

Non parleremo, in quest’articolo, di altre forme un po’ bizzarre, come la rima “rara” o “cara”, la rima “contraffatta”, la rima “per l’occhio”, la rima “per l’orecchio”, limitandoci ad osservare che si tratta di espedienti artificiosi atti solo a stupire e che, oltre a non portare significativi contributi all’estro poetico, tendono, in genere, a mortificare l’Arte.

Un’ultima annotazione. È bene ricordare che, quando un componimento poetico non segue le leggi della prosodia e della metrica, si suole definire “a versi liberi”, mentre, se non reca traccia di rime, dicesi “a versi sciolti”. Allorché, invece, contiene alcune rime che spuntano di tanto in tanto, esternamente o internamente ai versi, si usa l’espressione “a rime sparse”. Per la poesia classica, solitamente, le rime esterne dei versi lunghi (ottonario, novenario, decasillabo, endecasillabo) si con­tras­segnano con le lettere dell’alfabeto maiuscole (ABCD…); quelle esterne dei versi brevi (bisillabo, ternario, quaternario o quadrisillabo, quinario, senario, settenario) si indicano con le lettere dell’alfabeto minuscole (abcd…).

Va chiarito, infine, che l’eventuale scelta di parole con desinenza dal suono uguale è importante per il raggiungimento dell’efficacia e, quindi, del risultato artistico di un componimento, dato che la rima ha almeno due funzioni essenziali: contribuisce a costruire o a mantenere la scansione del verso, istituendo raccordi fonici tra i vocaboli ed organizzando il discorso in unità ritmiche, e collega tra loro delle parole che evidenziano una stretta relazione semantica (di significato).

In conclusione, l’omofonia, questa preziosa componente estetica della poesia, oltre ad avere una ragione di cadenza eufonica e ritmica, produce conoscenza e, come sottolinea ancora Graziella Sica, “stabilisce un limite e suscita un pensiero, apre direzioni nuove e terreni inconsueti per il poeta stesso che da lei si lascia innocentemente condurre: essa, che a volte pare soltanto una fredda ripetizione, è invece l’anima candida del verso, il suo segnale primario”.

Enzo Ramazzina
“La Nuova Tribuna Letteraria” (n. 109, Gennaio 2013)

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1 thought on “La rima di fegato…

  1. …Tenero, fra le rose e gli aranceti,
    il vento indugia nelle calde sere;
    l’isola accesa è come un incensiere

    tempestato di stelle e d’amuleti,
    che diffonde gli aromi suoi segreti
    là fino al cielo curvo come a bere…

    Di questi stupendi versi, ascoltati per caso in una trasmissione radifonica molti anni or sono… non conosco altro…! E per quante ricerche abbia fatto (forse nelle direzioni sbagliate…) non son venuto a capo di nulla. E continuo a cercare…!
    Questo breve preambolo è per sottolineare che la Poesia non può (e non deve!) essere ‘tecnicizzata’ perchè diverrebbe come una ‘splendida rosa’ con bellissimi colori e sfumature… ma di materia plastica… e senza profumo.
    Chi ha scritto questi versi, sicuramente non sapeva e non credeva di essere un Poeta… ma lo era…!
    In un paesino della provincia di Cuneo conoscevo un contadino (Giuseppe Farinato) di origine siciliana (Piazza Armerina) che scriveva bellissimi versi in italiano e in dialetto siciliano: ascoltarli era come ascoltare musica…
    La Poesia non un atto notarile o un verbale di polizia che deve essere scritto ‘rispettando tutte le regole sintattiche e grammaticali che diano al documento un tono inequivocabile’, ma un susseguirsi di sensazioni che sgorgano dal cuore, e che nella totale inconsapevolezza di chi le prova sono riportate su un qualsiasi supporto scrivibile! Questa è la Poesia! Questa è l’Arte. Il resto è pura retorica…!
    Tra il Tutto (Dante) e il Nessuno (Benigni) non vi sono dubbi… e non occorre occupare altro spazio.
    Il resto è… silenzio…

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