Pezzi di giornalismo o giornalismo in pezzi?

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La notizia non può attendere,
è lo slogan della Radio (creato, se non erro, dal Direttore del GR Antonio Preziosi), che apparentemente esprime l’esigenza di tempestività del servizio giornalistico nei confronti dell’utenza, mentre più nascostamente evidenzia la smania di poter disporre di “novità” da vendere, di news…

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come per “snob” – o per amore del barbarismo –  si è soliti chiamare le “ultime nuove giornalistiche” (gli ‘snobisti’ si ricordino però che l’etimo che così li qualifica si riferisce al cittadino di basso ceto…).

Una frenesia che arriva all’approssimazione, alla divulgazione della voce di corridoio, del sentito dire, del “rumore” senza fondamento, dell’indiscrezione riportata con gusto pettegolo, senza la costante esigenza professionale di documentare il riferito, fino a coltivare l’invenzione, che crea la notizia falsa per poi avere la notizia di smentirla: “la notizia dev’esserci”, insomma, slogan certamente più veritiero, altro paradosso?, o mostro, delle logiche dominanti della “fiera” (sia essa mercato o “maledetta lupa”).

Il colpo giornalistico, poi, il cosiddetto scoop, è inseguito ad ogni costo morale, sempre in vista di un alto profitto materiale.

A questo si aggiunga che gli organi d’informazione, in modo più o meno dichiarato, alimentano il potere e del potere si alimentano, immersi come sono in aree d’influenza (per eufemismo) economiche o politiche.

Insomma, niente di nuovo. Quando i “prodotti” sono a servizio del dominio e del mercato, più che essere servizi per la fruizione, manifestano peculiarità che mancano di rispetto per gli interlocutori, nella fattispecie per l’acquirenza (si accolga il neologismo “naturale”, [1] soprattutto in presenza di tante mostruosità lessicali circolanti) o, quanto meno, restringono l’ossequio ai soli interessi dei “produttori”.

Asserzione antinomica? Come si può parlare di mancanza di qualità per una merce tanto vistosamente esposta in vetrina? Contraddizione solo apparente, perché il giornalismo che, come si dice, va per la maggiore, è frettoloso, sciatto, scorretto, talvolta perfino ignorante, nonostante di ben altra levatura dovrebbe essere per esibirsi come appetibile mercanzia. Allora per quale ragione parlare di un falso controsenso? Semplicemente per il fatto che alla base di tanto scadimento degli “articoli” (qui nella doppia accezione di oggetti da vendere e di pezzi giornalistici) c’è una sconcertante coerenza!

Il commercio ha bisogno di compratori numerosi: perché rischiare di avere i pochi clienti in grado di apprezzare la buona qualità? Meglio assecondare il basso livello di conoscenza e di gusto della massa, meglio, anzi, accentuarne le carenze (per scelta o per incapacità non cambia molto): chi sa e chi pensa è poco utile alla causa del venditore! Meglio che lo sterminato gregge bruchi in pascoli di cattivo verde, purché bruchi.

Così, purtroppo, più che di pezzi di giornalismo, diventa sempre più opportuno parlare di giornalismo in pezzi…

Amato Maria Bernabei


[1] Da acquirente, acquirenza, come da senescente, acquiescente, demente, conoscente ecc. rispettivamente senescenza, acquiescenza, demenza, conoscenza ecc.

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